A Villa San Giovanni nasce nell’antica filanda Cogliandro il MuLab: museo didattico esperienziale delle filande e dell’arte serica

MuLab museo seta foto di Mariarita Sciarrone

Alla fine dell’Ottocento, Villa San Giovanni rappresentava uno dei principali centri in Italia per la produzione serica, con decine di filande attive e un territorio segnato dalla presenza di estesi gelseti. Di questa fiorente fase industriale, nota un tempo come la “piccola Manchester”, sopravvive oggi un’importante testimonianza a Cannitello. Grazie all’iniziativa dell’architetto Benedetta Genovese e della famiglia Cogliandro, l’unico stabilimento rimasto integro nel suo ciclo di lavorazione è stato oggetto di un attento lavoro di recupero. Il restauro dell’antica Filanda Cogliandro ha portato alla nascita del MuLab, un museo didattico ed esperienziale progettato per restituire alla comunità la memoria dell’arte della seta, offrendo percorsi espositivi e laboratori che mantengono viva la tradizione artigianale e storica del territorio.

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Il passato industriale e il recupero della memoria

Trentacinque filande censite, più di novanta documentate nelle fonti, un territorio interamente ricoperto di gelseti. È questa la fotografia di Villa San Giovanni alla fine dell’Ottocento, quando la città era uno dei centri più importanti della produzione serica in Italia. Da questa memoria, oggi quasi scomparsa, riparte il lavoro di Benedetta Genovese, architetto messinese e villese d’adozione, che insieme alla famiglia Cogliandro ha avviato un lungo percorso di recupero dell’unico stabilimento industriale rimasto a Cannitello con ciclo di lavorazione completo. Un progetto che va oltre il restauro degli spazi e che ha dato vita al MuLab – Museo didattico esperienziale delle filande e dell’arte serica: un luogo in cui la storia torna a vivere. Benedetta Genovese ci ha accolti in questo spazio affacciato sullo Stretto di Messina, pensato per diventare luogo di incontro, di confronto, di commistione. Curatrice e responsabile del museo, è lei ad aver curato personalmente ogni aspetto dell’allestimento e dell’esposizione, trasformando un’antica filanda in un’esperienza viva e condivisa.

Quando nasce il suo legame con la Filanda Cogliandro?

Il mio percorso inizia nel 1992, quando ero ancora all’università. Con mio marito Nino Cogliandro abbiamo avviato uno studio sulla filanda a scopo didattico, senza immaginare che sarebbe diventato un progetto di vita. Dal 2009 abbiamo intrapreso il recupero reale dell’edificio. La famiglia si è occupata della ristrutturazione, mentre io ho sentito la necessità di recuperare anche la memoria storica legata alla produzione della seta.

Cosa l’ha colpita della storia delle filande di Villa San Giovanni?

Quando ho scoperto quella che veniva definita la “piccola Manchester”, sono rimasta profondamente colpita. Parliamo di un territorio che ospitava decine di filande: noi ne abbiamo censite 35 con dati certi, ma alcune fonti parlano di 90 o più. Non erano tutte uguali: alcune svolgevano solo singole fasi della lavorazione, mentre altre, come la Filanda Cogliandro, seguivano l’intero ciclo, dal bozzolo fino al tessuto finito.

Da questa consapevolezza nasce il museo-laboratorio?

Sì, nasce proprio da lì. Oltre all’interesse architettonico, che era naturale per me, mi ha sempre colpito soprattutto la dimensione artigianale della produzione della seta. Anche se si trattava di un’attività organizzata su scala industriale, il processo restava profondamente legato alla manualità, alla cura del gesto, alla trasformazione concreta del materiale: un aspetto che mi ha sempre affascinata e che ritrovo anche in altri ambiti artigianali come la ceramica.

A un certo punto mi sono posta una domanda molto semplice: se un turista o un appassionato volesse conoscere la seta di Villa San Giovanni, capire cosa rappresentava davvero per questo territorio, a chi potrebbe rivolgersi? La risposta è stata: a nessuno. Non esisteva più nulla, né produzione né un luogo capace di raccontarla. E questo mi è sembrato paradossale, considerando la storia così importante che questa realtà aveva avuto.

Da qui è nata l’idea del museo-laboratorio: creare un punto di riferimento dove non solo si racconta la storia, ma dove la seta può essere vista, studiata e soprattutto “toccata”. Dopo l’avvio del restauro nel 2009, questo è diventato per me il passo naturale successivo: restituire non solo un edificio, ma anche il senso e la memoria di ciò che rappresentava.

Come si articola oggi il museo-laboratorio?

Il museo è pensato come un percorso esperienziale. Si inizia all’esterno, in uno spazio dominato da un grande albero di gelso, simbolo fondamentale della produzione serica. Qui pannelli didattici illustrano tutte le fasi del ciclo vitale del baco da seta, dall’uovo fino alla farfalla, insieme alle informazioni sulla gelsicoltura.

Entrando, si accede a una seconda area dedicata alla storia delle filande di Villa San Giovanni: sono esposti reperti storici, fotografie d’epoca, strumenti di lavorazione, un telaio e diversi cimeli che raccontano concretamente come avveniva la produzione della seta. L’obiettivo è far comprendere non solo i processi, ma anche il contesto sociale ed economico in cui queste attività si sviluppavano.

Mulab museo seta
MuLab – Museo didattico esperienziale delle filande e dell’arte serica

Quanto è stato complesso realizzare questo progetto?

È stato un percorso impegnativo, sostenuto quasi esclusivamente con risorse private. Per l’allestimento del museo abbiamo ricevuto un piccolo contributo da parte del Gal Batir. Nonostante il restauro non sia ancora del tutto completato, abbiamo voluto aprire al pubblico per rendere questo luogo fruibile e condiviso.

Quali attività proponete oggi?

Il museo è fortemente orientato alla didattica. Organizziamo visite, laboratori e abbiamo già sperimentato un allevamento del baco da seta. L’idea è quella di offrire un’esperienza diretta, che permetta di toccare con mano le diverse fasi della lavorazione. Ci saranno laboratori come quelli trattura della seta, tintura madre, ceramica, pittura e tessitura.

Quali sono le principali sfide per il futuro?

Oggi la filanda è riconosciuta come bene storico vincolato, ma resta esposta a rischi legati ai progetti infrastrutturali dell’area, come quelli connessi al ponte sullo Stretto. Stiamo lavorando per tutelare sempre più sia l’edificio sia l’archivio storico di famiglia, anche questo di recente tutelato (una parte). La sfida è continuare a valorizzare questo patrimonio, mantenendolo vivo e accessibile.

Le visite guidate si effettuano solo su prenotazione dal martedì al sabato dalle ore 10,00 alle 13,00. Maggiori info sul sito del museo. Il progetto, nell’ambito della strategia di sviluppo locale partecipativo, è sostenuto dal GAL “Batir” attraverso il PSR Programma di Sviluppo Rurale 2014/2020 della Regione Calabria misura 6.2.1.

Una risposta

  1. Molto interessante. Bravi coloro che l’hanno realizzato e un grazie alla famiglia Cogliandro per la disponibilità e il coraggio dell’iniziativa. Mi auguro che possa proseguire. Grazie!

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