Avvenire di Calabria

Voluto da papa Giovanni XXIII e portato a compimento da papa Paolo VI, il Concilio Vaticano II iniziava i suoi lavori l'11 ottobre del 1962

60 anni fa il Concilio Vaticano II, evento che ha segnato il futuro della Chiesa

Fu un evento che ha segnato la storia non solo della Chiesa, ma dell'Umanità, Triulcio ripercorre le «quattro svolte» segnate dal Concilio

di padre Pasquale Triulcio*

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Voluto da papa Giovanni XXIII e portato a compimento da papa Paolo VI, il Concilio Vaticano II iniziava i suoi lavori l'11 ottobre del 1962. Un evento che ha segnato la storia non solo della Chiesa, ma dell'umanità.

60 anni dal Concilio Vaticano II, "bussola" per il futuro cammino della Chiesa

Sessanta anni fa il Concilio Ecumenico Vaticano II. Benedetto XVI durante l’udienza generale in Piazza San Pietro, mercoledì, 10 ottobre 2012, in procinto del 50° anniversario, disse:«Il Beato Giovanni Paolo II, alle soglie del terzo millennio, scrisse: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57).


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Penso che questa immagine sia eloquente. I documenti del Concilio Vaticano II, a cui bisogna ritornare, liberandoli da una massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti, sono, anche per il nostro tempo, una bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navigare sicura ed arrivare alla meta».

L’idea di celebrare un Concilio non era così nuova in ambienti curiali. Già Pio XI nella sua prima enciclica Ubi arcano del 1922 (n. 21) accennò all’eventuale ripresa del Vaticano I. Fece preparare un possibile programma (De fide, De vera Christi Ecclesia, De Codice internationali, De nationum societate, De Actione catholica, De scholis, De officiis ac muneribus mulierum in societate) e consultò l’episcopato mondiale (1156 vescovi, dei quali la grande maggioranza è in favore della ripresa del Concilio).

Il lavoro per la Conciliazione del 1929 e in seguito la difficile situazione internazionale bloccarono l’idea. Anche Pio XII, ispirato a suo dire dal conservatore cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini (1888-1967), fece lavorare una serie di commissioni dal 1948 al 1951. Sul piano dottrinale i temi discussi furono: la conoscenza di Dio, l’esistenzialismo e altri indirizzi del pensiero, la morale sessuale, la dottrina sociale (contro il comunismo), la comunità internazionale, l’ecumenismo, le missioni.

Sul piano disciplinare: le parrocchie, il clero e il celibato (ordinazione soltanto a trent’anni), la libertà di fronte al potere civile, l’uso delle lingue nazionali nella liturgia, le scuole cattoliche, il freno alla fondazione di troppe nuove congregazioni religiose, l’azione cattolica. Pio XII (a causa di vari problemi pratici e, forse, della guerra fredda) non proseguì nel progetto. Il conservatore cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979), a conoscenza di questi progetti, ne parlò con Giovanni XXIII alla vigilia della sua elezione a Papa! L’idea era di un “aggiornamento” della centralizzazione della Chiesa intorno alla Curia e di un rafforzamento dell’unità (contro i teologi “dissidenti”), per essere più forti di fronte al comunismo e al materialismo.

L'annuncio di San Giovanni XXIII

Giovanni XXIII pensò a tutto ciò già durante l’inizio del pontificato e dopo aver consultato il suo Segretario di Stato, annunciò, il 25 gennaio 1959, la celebrazione di un Concilio, assieme alla convocazione di un Sinodo per la Diocesi di Roma (celebrato nel 1960 e di indole prettamente conservatrice) e la riforma del diritto canonico (completata nel 1983).

L’episcopato mondiale, consultato non propose inizialmente molte idee nuove. Sul piano dottrinale vi fu il desiderio di un dogma mariano e di una condanna degli errori (specialmente del comunismo; il 15% dei vescovi si esprime favorevolmente al riguardo). Moltissimi invece furono in una migliore definizione del ruolo del vescovo, ma non tanto dottrinalmente quanto disciplinarmente (tantissime sono le proposte sul clero – 2000 su 9438 – e vi sono diversi attacchi contro l’esenzione dei religiosi). Venne ripresa l’idea di Pio XII sul diaconato permanente; risultò accolto il movimento liturgico: molti auspicarono almeno una semplificazione della liturgia, alcuni anche una vera riforma, con un’attenzione per l’uso delle lingue nazionali al posto del latino. Scarsa fu l’attenzione per i problemi del mondo (mentre la Gaudium et Spes sarà così centrale durante il Concilio); la libertà religiosa (in seguito assai discussa) fu proposta quasi esclusivamente da un gruppo di vescovi statunitensi. La Curia romana si rivelò molto più decisa.

Un solo esempio: la commissione teologica preparò una nuova forma della professione di fede e sei schemi per altrettante costituzioni dogmatiche. Alcuni cardinali preminenti avvertirono, nel corso del 1962, la necessità di una maggiore organicità e apertura. Importanti sono: soprattutto Léon-Joseph Suenens (1904-1996) di Mechelen-Brussel, ma anche Josef Frings (1887-1978) di Colonia, Achille Liénart (1884-1973) di Lille, Julius Döpfner (1913-1976) di Monaco di Baviera, Bernard Alfrink (1900- 1987) di Utrecht, Paul-Emile Léger (1904-1991) di Montréal e Giovanni Battista Montini (1897- 1978) di Milano.

Arrivarono finalmente ai vescovi i primi schemi: i primi quattro dogmatici ed inoltre quelli sui mezzi di comunicazione, sull’unità con gli Orientali e sulla liturgia. Di fronte a tali schemi, la critica si fece viva, specialmente nel mondo ecclesiale e teologico dell’Europa nord-occidentale (Congar, Rahner, Schillebeeckx ecc.). Senza la presenza di schemi alternativi, si intravedevano i presupposti per passare da un “aggiornamento” ad un vero rinnovamento.

Concilio Vaticano II, l'11 ottobre 1962 l'avvio dei lavori

L’apertura ebbe luogo l’11 ottobre 1962; l’indirizzo generale fu quello di considerare l’assise un Concilio soprattutto “pastorale”. Il papa tenne un memorabile discorso ricco di speranza (di fronte agli errori andava usata «la medicina della misericordia»); molti, comunque pensavano che entro due mesi il Concilio si sarebbe concluso. Durante la prima sessione di lavoro, il 13 ottobre, i cardinali Liénart e Frings, non senza preparazione, intervennero - non secondo il regolamento - per chiedere tempo e poter decidere sulla composizione delle commissioni – sempre importanti in un tale consesso.

Il Concilio «prendeva nelle proprie mani il Concilio»: era la prima svolta. Nasceva il senso di “collegialità”. Il primo tema da affrontare, secondo il desiderio del Papa, doveva essere la liturgia. Parecchi vescovi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia si schieravano con i “progressisti” europei che erano in favore della possibilità dell’uso delle lingue nazionali (cioè contro l’uso esclusivo del latino); necessariamente l’autorità dei vescovi sarebbe aumentata al riguardo. Era la seconda svolta. Lo schema sulle Fonti della Rivelazione, veniva ritenuto troppo scolastico e non abbastanza ecumenico, pertanto doveva essere riveduto da una commissione mista, composta da membri della Commissione Teologica (guidata dal cardinale Ottaviani) e dal Segretariato per l’Unità dei Cristiani (coordinata dal cardinale Bea). Era la terza svolta.

Per una Chiesa in uscita

Gli schemi sull’unità dei cristiani e sui mezzi di comunicazione erano pure da rivedere, ma soprattutto lo era quello sulla Chiesa, ritenuto troppo giuridico e non abbastanza biblico. Suenens propose di avere un testo chiave sulla Chiesa e di organizzare in seguito il materiale secondo Ecclesia ad intra ed Ecclesia ad extra, scartando le questioni meno rilevanti. La proposta veniva applaudita e assecondata, tra gli altri, da Montini, che indicava l’opportunità di trattare della Chiesa come “mistero” ed inoltre descrivendo la Sua missione e la sua relazione con il mondo. Era La quarta svolta. Di grande importanza si rivelavano le riunioni informali dei Padri conciliari e quelle svolte da altri su loro richiesta, come anche il lavoro degli esperti, tra i quali figuravano i più grandi teologi del secolo; il ruolo della stampa costituiva un altro fattore di rilievo.

Così concludeva papa Benedetto XVI nella già citata udienza: «Noi vediamo come il tempo in cui viviamo continui ad essere segnato da una dimenticanza e sordità nei confronti di Dio. Penso, allora, che dobbiamo imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il Cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio, che è Amore trinitario, e nell’incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue.


PER APPROFONDIRE: Vaticano II, Nunnari: «Il mondo cambiava e noi non lo capivamo»


La cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei Padri conciliari, è che si veda - di nuovo, con chiarezza - che Dio è presente, ci riguarda, ci risponde. E che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo. Il Concilio ci ricorda che la Chiesa, in tutte le sue componenti, ha il compito, il mandato di trasmettere la parola dell’amore di Dio che salva, perché sia ascoltata e accolta quella chiamata divina che contiene in sé la nostra beatitudine eterna».

*Docente di Storia della Chiesa

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