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Medici, sanitari e volontari si spendono quotidianamente per chi percorre l’ultimo tratto dell’esistenza

All’Hospice di Reggio Calabria, una lezione di «amore circolare»

Federico Minniti

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Quello che ci colpisce varcando la soglia dell’Hospice “Via delle Stelle” di Reggio Calabria è la grande compostezza. Una sobrietà disarmante, concepita e sviluppata come modus operandi - uno stile evangelico ci verrebbe da aggiungere - che ti mette subito a tuo agio. Sarebbe ipocrita nascondere la paura di affrontare temi dolorosi come fine vita e curie palliative, però dietro le mascherine di chi ci accoglie si scorgono sorrisi sinceri. Verrebbe da stringersi la mano, ma ci è negato per decreto. Paradossalmente la pandemia ci ha costretto ad esercitare una coscienza socio-sanitaria, se così si può definire, che finora avevamo accantonato nella “soffitta” dei nostri pensieri.

Gli uomini e le donne dell’Hospice, invece, ne fanno una scelta di campo. «Può sembrare retorico, ma è la verità: questo non è un lavoro, ma una missione» ci dice Iolanda Mercuri, coordinatrice degli infermieri mentre, con lei, facciamo il giro della struttura.

Dietro la sua divisa glicine si nasconde una grande forza di volontà: è lei a strutturare i percorsi di assistenza domiciliare, tra i pochissimi che in piena emergenza sanitaria non si siano fermati. «Mentre tutto parlava di lockdown - ci spiega Vincenzo Trapani Lombardo, medico di lungo corso e da un decennio al timone dell’Hospice reggino - noi abbiamo continuato ad andare a casa dei nostri pazienti. Non trovo le parole per ringraziare gli operatori che non curanti del rischio hanno voluto mantenere immutata la loro vicinanza a chi stava attraversando i giorni più duri della propria esistenza».

Basterebbe già questo per spiegare quella sobrietà percepita all’ingresso attrezzato di termoscanner e presepe. «Un aiuto per affrontare la malattia» si legge in un manifesto affisso all’intero dei locali dell’Hospice. Per declinare meglio questo slogan ci viene incontro Nicola Saggese, professione: volontario. Da giovane pensionato ha deciso di darsi da fare: certo, passeggiare in questi corridoi non è semplice. Ma oggi che - a causa del coronavirus non è possibile, quest’attività gli manca. Eccome. «Abbiamo dovuto studiare una nuova alfabetizzazione digitale: così attraverso un tablet o uno smartphone abbiamo provato a fare compagnia agli amici ricoverati».

Ci chiediamo cosa spinge un uomo a dedicare il suo tempo libero a una realtà così delicata, dove il confine tra la vita e la morte è labilissimo. Nicola ci spiazza: «L’amore se non è circolare, non è amore: noi siamo qui per i pazienti, ma anche per noi». E continua: «In Hospice non c’è l’hi-tech, ma il low touch. Cosa vuole dire? C’è bisogno di delicatezza nell’accompagnare le persone nei momenti più dolorosi della loro esistenza».

Qualcuno li chiama gli “angeli dell’Hospice”. A guardare la loro strabiliante serenità ci verrebbe da scriverlo anche noi. «Mi scuso se l’ho fatta attendere - ci dice Trapani Lombardo - ma era venuta una famiglia per fare una donazione: non passa giorno che chi ha vissuto attraverso il proprio caro l’esperienza dell’Hospice non provi a darci manforte». Perché, e lo sappiamo che è paradossale, un servizio del genere è letteralmente attaccato a un filo.

«Ad oggi aspettiamo ancora i pagamenti dello scorso giugno; - prosegue il presidente della Fondazione - non dormo la notte per arrovellarmi il cervello su come pagare gli stipendi di febbraio». Trapani Lombardo è affranto: in questi anni lo abbiamo visto lottare, ma «io sono un medico, non un manager» specifica. Il problema irrisolto è il contratto con l’Asp di Reggio Calabria. Quella commissariata per infiltrazione mafiosa, quella con oltre un miliardo di euro di debiti.

A breve cambierà la presidenza della Fondazione che gestisce l’Hospice, «perché me lo impone lo Statuto» dice sorridendo Trapani Lombardo che auspica che «il mio successore sia più capace di me, ma invito tutti a guardare i nostri bilanci: sono in regola, ma andiamo avanti solo con la solidarietà». Limitata, quest’ultima, dalla pandemia: sono state sospese, infatti, tutte le iniziative che coinvolgevano la Città che, in questi anni, ha partecipato sempre in modo massiccio.

«Qualche anno fa vinsi un concorso come infermiera a Palermo - ci confida Iolanda - però il mio soggiorno in Sicilia durò pochissimo. Dopo due giorni tornai in struttura; ho capito che se mollassi l’Hospice, verrebbe meno un po’ della mia vita». Parole cariche di significato se si pensa alle difficoltà finanziarie che illustrava Trapani Lombardo.

Concludiamo la nostra visita affacciandoci dal balcone accanto alla Cappella. La vista è mozzafiato: l’inverno reggino regala l’Etna imbiancata e una giornata luminosissima. Quei raggi di sole filtrano dalle finestre e riscaldano, per un attimo, l’anima dei pazienti dell’Hospice che nei volti di Iolanda, Vincenzo, Nicola e tanti altri trovano consolazione nell’ora del dolore.

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