Arte e fede: dal 5 aprile a Castelgandolfo il Compianto sul Cristo morto di Bellini e il Cristo morto sorretto da angeli del Sodoma

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A partire da sabato 5 aprile, il Palazzo apostolico di Castel Gandolfo ospita un’esposizione che mette in dialogo due capolavori assoluti del Rinascimento italiano: il Compianto sul Cristo morto di Giovanni Bellini, proveniente dalla Pinacoteca Vaticana, e il Cristo morto sorretto da angeli di Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, concesso in prestito dalla Venerabile Arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto di Roma. L’ingresso alla mostra è incluso nel biglietto ordinario del Palazzo papale di Castel Gandolfo. L’iniziativa, promossa dai Musei Vaticani e curata dal Reparto per l’Arte dei secoli XV-XVI, si inserisce nel tempo liturgico della Quaresima e della Pasqua. “Le due opere, entrambe dedicate alla meditazione sul corpo esanime di Cristo, rappresentano non solo due vertici pittorici del loro tempo, ma anche due riflessioni teologiche sulla Passione di Gesù”, si legge in una nota. Il Compianto sul Cristo morto di Giovanni Bellini, cimasa superstite dell’antica pala di San Francesco a Pesaro (1475 circa), fu trafugata dai francesi dopo il Trattato di Tolentino (1797) e restituita all’Italia grazie all’intermediazione di Antonio Canova. Collocata nella Pinacoteca Vaticana dal 1820, l’opera ha recentemente beneficiato di un accurato restauro condotto nei laboratori vaticani. Il dipinto commuove per il gesto struggente di Maria Maddalena che, nel silenzio del sepolcro, unge le ferite del Cristo con un intreccio di mani che sembra un sussurro d’eternità. Ad accompagnare l’opera del Bellini in questa esposizione è il Cristo morto sorretto da angeli, dipinto dal Sodoma intorno al 1505, nella sua prima maturità artistica, dopo il periodo milanese e l’approdo stabile a Roma e poi a Siena. Opera di proprietà dell’Arciconfraternita romana e anch’essa restaurata in passato nei laboratori dei Musei Vaticani (1933–1934), rappresenta una meditazione dolente ma luminosa sul corpo di Cristo, sorretto con devozione da quattro angeli, in una composizione di grande eleganza e intensità emotiva. Il riferimento iconografico al bronzetto di Galeazzo Mondella, detto il Moderno, scolpito a Milano attorno al 1500, ne evidenzia il legame con la cultura figurativa padana e leonardesca. “Si tratta di un confronto iconografico e spirituale che va oltre il tempo e lo stile”, dichiara Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani. “Offrire ai visitatori l’occasione di ammirare due opere così dense di significati teologici e storici nella cornice di Castel Gandolfo è un’opportunità unica per valorizzare l’identità stessa delle collezioni vaticane: fedeltà alla tradizione, apertura alla ricerca”.

Fonte: Agensir
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