Avo in corsia, un cammino di amore e gratuità

La presidente Zehender: «Il nostro è un servizio d’amore, fondamentale la vicinanza al paziente e ai suoi bisogni»
Avo volontari Reggio Calabria

Un servizio che ha subito una battuta d’arresto a causa della pandemia. Anche se da qualche tempo i volontari Avo sono tornati a svolgere la propria opera di volontariato in ospedale, ma senza vivere il contatto diretto con il paziente che è una prerogativa dell’Associazione.


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«Ciò che noi facciamo lo si vede sul campo, in quanto la nostra è un’associazione che si fonda proprio sulla prossimità», spiega Roberta Zehender, presidente dell’Associazione volontari ospedalieri di Reggio Calabria, attiva in città dal 1987 nel Grande ospedale metropolitano, nelle corsie degli Ospedali Riuniti e del Morelli. «Questo frangente pandemico ci ha allontanato dalle corsie. Il servizio in presenza, anima del volontariato ospedaliero dell’Avo, certamente ci manca ma questa attesa ci rende ancora più determinati nel voler proseguire lungo il nostro cammino di amore e gratuità». Per questo, aggiunge Roberta Zehender, «riteniamo comunque una grande ricchezza poter prestare il nostro servizio d’accoglienza nei reparti, dedicandoci ai familiari e offrendo, anche senza poter ancora entrare in contatto con le persone ammalate, il nostro contributo alla vita ospedaliera».

Come avete vissuto questo momento?

Non è stato semplice per noi volontari che abbiamo scelto di vivere il servizio accanto a chi ha bisogno. Purtroppo, le restrizioni imposte dall’emergenza Covid non ci consentono di entrare in contatto diretto, se non in modo sporadico, con il paziente che oltre alla sofferenza della malattia, vive già una condizione di solitudine, vista l’impossibilità di ricevere visite da parte dei propri cari. In casi del genere, prima della Pandemia, la nostra presenza si è rivelata sempre indispensabile.

State già riprogrammando il post pandemia?

Stiamo cercando di ricomporre i tasselli del nostro servizio. Tutti i volontari si sono sottoposti a vaccinazione anti-Covid. Attendiamo la terza dose. È vero, siamo tornati in ospedale, ma il nostro servizio è legato solo all’accoglienza o facendo solo da tramite con i familiari dei ricoverati. Non è la stessa cosa. Tuttavia, nutriamo forte la speranza che già nei prossimi mesi, a partire dal nuovo anno, in qualche modo si possa tornare a vivere la vicinanza con il paziente, pur essendo consapevoli, almeno in una prima fase, che non lo si potrà fare in tutti i reparti. L’associazione rimane comunque viva e, nell’attesa di rientrare in reparto, cammina vicino alle nuove solitudini che la pandemia inevitabilmente porta con sé.

Su cosa si fonda il vostro servizio di volontariato?

Il nostro è un servizio d’amore. L’Avo che è un’associazione aperta a tutti e senza scopo di lucro, pratica la solidarietà nell’unica dimensione autentica, ossia quella della gratuità e dell’umiltà. Si pone accanto alle persone sofferenti e alle loro famiglie offrendo, non solo simbolicamente, il bicchiere d’acqua a chi è assetato. È questo quanto ci ha insegnato a fare il compianto nostro fondatore, Erminio Longhini, già primario della divisione di Medicina interna dell’ospedale Sesto San Giovanni di Milano, dove nel 1975 nacque la prima Avo d’Italia.


PER APPROFONDIRE: La volontaria: «Così ho imparato a parlare con gli occhi»


A Reggio Calabria operiamo ininterrottamente da oltre trent’anni. Il Grande ospedale metropolitano è uno dei cinquecento ospedali italiani in cui siamo presenti e in cui operano, tra i due presidi dei Riuniti e del Morelli, circa un centinaio di volontari.

È mai capitato che il vostro servizio venisse inteso quale sostitutivo di quello sanitario?

È successo una volta, in un reparto, quando il personale impiegato si è assentato in blocco per partecipare ad un concorso. C’è stato chiesto di sopperire alle assenze. Ma non è la nostra prerogativa, anche perché non ne abbiamo le competenze. La nostra, ci tengo a ribadirlo, non è assistenza medica o sanitaria, ma un’assistenza umana, solidale che è la base del nostro servizio di volontari.

Come fare per evitare che quanto di buono è stato costruito in tutti questi anni non si disperda?

Speriamo di aver tracciato un cammino di cittadinanza solidale e attenta al prossimo, in questi decenni, e di avere seminato speranza e amore, testimoniando quello spirito di servizio che da sempre rappresenta uno dei tratti peculiari del volontariato Avo. Ci stiamo riorganizzando, nella speranza di poter presto tornare a ridistribuire amore all’interno delle corsie dei nostri ospedali.

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