Carceri: un libro raccoglie le lettere di sr. Gervasia Asioli con i detenuti

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Una selezione di lettere scritte da carcerati – pluriomicidi, ex terroristi, boss mafiosi, detenuti comuni – a suor Gervasia Asioli oggi sono state raccolti in un volume, edito da Marietti e in libreria da ieri. Curato da Gabriele Moroni ed Emanuele Roncalli il volume dal titolo “Una suora all’inferno. Lettere dal carcere a Gervasia Asioli” curato da Gabriele Moroni ed Emanuele Roncalli apre uno squarcio sulla spiritualità e sull’umanità reclusa nelle celle italiane tra gli anni Settanta e i primi anni del Duemila. Nelle lettere emerge il ritratto di una donna, religiosa orsolina, capace di vivere il Vangelo accanto ai più dimenticati: non giudicava, non chiedeva cosa avessero fatto. Si preoccupava solo di alleviarne le sofferenze. Insegnante in scuole d’élite, sr. Gervasia lasciò la cattedra per dedicarsi completamente a emarginati, tossicodipendenti, rom e detenuti. Ogni sabato si recava in carcere, spesso in autostop, per portare sigarette, vangeli, parole, abbracci. E riceveva centinaia di lettere: confessioni intime, racconti di disperazione, desideri di riscatto. A volte anche solo uno sfogo.  Tra i mittenti figurano nomi che hanno segnato la cronaca giudiziaria e politica italiana: Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, Vincenzo Andraous, Gilberto Cavallini, Domenico Papalia, e molti altri. Ma anche voci anonime di detenuti di di Trani, dell’Asinara, di Ariano Irpino. Dalle loro righe emerge un’umanità frantumata, in cerca di redenzione. “Nelle lettere dei detenuti si leggono preghiere, riflessioni su Dio, sulla giustizia, sulla colpa, ma anche poesie, disegni, pensieri sulla vita fuori”, spiegano i curatori Moroni e Roncalli: “questo carteggio è il ritratto di una relazione potente tra chi ha sbagliato e chi non ha mai smesso di guardarli come persone”. Una relazione fondata sulla fiducia e sulla misericordia, come testimonia una delle lettere-testamento di suor Gervasia: “Ringrazio tutti, chiedo perdono e perdono tutti. Viva simpatia e un po’ di umorismo che ci fa toccare e accettare i limiti. Credo che siamo più deficienti che cattivi: Dio ci vuol bene”.

Fonte: Agensir
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