Avvenire di Calabria

La parrocchia reggina di Cannavò, dal 2016, ha aperto le sue porte ai minori arrivati dal mar Mediterraneo

L’impegno della parrocchia di Cannavò per i rifugiati

Negli ultimi tre anni 4 ragazzi hanno scelto di restare. Per loro la comunità è diventata un’autentica famiglia

di Angela Branca

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L'impegno della parrocchia di Cannavò per i rifugiati. Dall’Africa alla canonica: «Vogliamo vivere in Calabria». Negli ultimi tre anni 4 ragazzi hanno scelto di restare. Per loro la comunità è diventata un’autentica famiglia.

Rifugiati, l'impegno della parrocchia di Cannavò

L’esperienza di accoglienza di minori non accompagnati nella comunità parrocchia di Cannavò iniziò a maggio 2016, quando furono accolti nella casa canonica Isacco e Moumadu, due ragazzi egiziani, usciti dal programma di aiuto e protezione comunitaria per la chiusura della struttura che li ospitava.

A luglio dello stesso anno, la parrocchia aderì al progetto, (promosso dalla diocesi, dall’ufficio Migrantes e dalla Caritas) Filoxenia, che vedeva coinvolte parrocchie ed associazioni, disposte ad accogliere minori non accompagnati nella fase successiva allo sbarco.

A Cannavò arrivarono nella casa canonica, sei minori non accompagnati, i quali accolti dal parroco, dagli educatori, dai volontari e dalla comunità, iniziarono il loro percorso formativo, educativo e di integrazione.


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L’esperienza con Filoxenia si concluse nel gennaio 2018, con la chiusura dei Centri di accoglienza straordinaria, ma la “la casa di Don Nino” come la chiamano i ragazzi, è rimasta aperta per quei giovani che hanno deciso di costruire il loro futuro nella nostra città. All’epoca scelsero di rimanere Winner, Bakary, Moussa e Keita.

Ancora oggi, vivono a Cannavò supportati dai volontari, dalla comunità e dalle famiglie affidatarie. Tutti sono molto impegnati in varie attività, scolastiche, lavorative, di servizio, di volontariato, ma raccontano, con il sorriso che li caratterizza la loro esperienza nella periferia reggina.

Winner è uno dei primi arrivati, studia all’Università e lavora per mantenersi gli studi ricorda alcuni momenti della sua vita a Cannavò: «La cosa che più mi ha colpito è stata la presenza costante degli educatori, anche quando il progetto era stato ultimato. Per qualcuno possono essere piccole cose, ma per noi sono grandi cose, perché per noi è importante avere un punto di riferimento qui, e questo è quello che siete stati in questi anni».


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Bakary - il più piccolo del gruppo - prosegue: «Ho avuto l’opportunità di incontrare persone che mi vogliono bene, ho scelto di rimanere a Reggio perché la mia priorità era quella di studiare e di avere un diploma, che ho conseguito quest’anno. Sto facendo il servizio civile, mi trovo molto bene».

Moussa ha ultimato il servizio civile all’Unicef, si è diplomato quest’anno e sta cercando di inserirsi nel mondo nel lavoro. L’arrivo nella casa a Cannavò è stata una seconda chance: «In questa casa ho avuto la possibilità di realizzare ciò che prima per me era un sogno; studiare, essere amato, avere una casa».

Anche per Keita, l’aspetto più importante di questa esperienza è stato «oltre la possibilità di poter diventare un perito elettronico, quello che sognavo, ma che in Costa d’Avorio, non potevo permettermi perché molto costoso, l’aver trovato persone, che mi hanno come un figlio, persone che occupano un posto molto importante nella mia vita».

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