Avvenire di Calabria

Il ricordo dell'indimenticabile reggina, vera pioniera dell'impegno femminile nella società civile e nella politica

Maria Mariotti, testimone d’impegno: i racconti della prima eletta in Consiglio comunale

di Redazione Web

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Celebrare l’anniversario delle elezioni per l’Assemblea Costituente ha molti significati: non solo Festa della Repubblica, per la scelta referendaria del nuovo assetto istituzionale dello Stato italiano, ma avvio dell’esperienza democratica e inizio della partecipazione delle donne alla vita politica.

Attingendo a qualche documento conservato nell’Archivio Diocesano, queste prospettive si ritrovano nelle parole della prof.ssa Maria Mariotti che, poco più che trentenne, si candidò alle elezioni del 2 giugno 1946 e, pur ottenendo 18000 preferenze, non fu eletta per lieve scarto di voti.

Nel comizio tenuto a Reggio Calabria il 24 maggio si presentava come espressione e rappresentanza del movimento cattolico e soprattutto delle donne, chiamate per la prima volta a dare direttamente il loro contributo alla rinascita della Nazione e considerate «una delle forze più vive e più costruttive del nostro paese; che l’attività politica vedono non come un fine, ma come un mezzo, non come un punto di arrivo, ma come punto di partenza; e che l’adesione cordiale e fattiva a un partito politico sentono necessaria, ma non sufficiente per il raggiungimento integrale dei loro ideali, i quali stanno molto al di sopra di quelli a cui tende la politica, sia pure nelle sue forme più oneste e più nobili». Insisteva sul riconoscimento dell’apporto specifico femminile, ma senza rinchiudersi nelle tematiche tradizionalmente connesse agli interessi delle donne, come la famiglia e l’educazione dei figli, nella consapevolezza di poter dare un contributo a una politica ispirata ai valori superiori e tesa all’affermazione dei diritti fondamentali di tutti. Il suo impegno politico, privo di ogni desiderio di affermazione personale e vissuto in spirito di servizio, in linea con gli ideali che avevano caratterizzato la sua scelta di vita fin dai primi anni giovanili vissuti nell’esperienza della Gioventù Femminile di AC e poi della FUCI, si indirizzava all’affermazione della democrazia come sistema in grado di garantire la priorità del bene comune, i diritti della persona non in senso individualistico, ma nell’equilibrio con i doveri sociali, nella giustizia e nella libertà; un ordinamento politico rispettoso delle esigenze religiose dei cittadini e in grado di garantire, su questioni concrete, la collaborazione con tutti.

Tematiche già affrontate nell’elaborazione delle linee programmatiche del CIF, visto come «strumento di educazione alla democrazia», e negli interventi diretti e capillari in tutto il territorio calabrese per incontrare le donne, mamme, raccoglitrici di olive, giovani e anziane, in  riunioni  che spesso si estendevano agli uomini e dalle sale si spostavano nelle piazze; in cui, al di là delle urgenze elettorali, si sollecitava all’adempimento dei doveri civici e politici ed alla partecipazione alla vita sociale.

Negli appunti per la relazione inviata a conclusione delle elezioni a Roma, al Comitato centrale del Movimento femminile DC, la Mariotti rilevava come la sua candidatura fosse stata accolta con simpatia e fiducia dagli elettori disinteressati e sinceri, ma anche con insinuazioni tendenti a svalutare l’azione politica diretta delle donne, letta come rivendicazione femminista e ansia di rivalità e competizione con gli uomini. Fino all’aperta ostilità e disprezzo di quanti, avendo pensato di poter valorizzare ai propri fini la sua influenza, si erano poi accorti che «non poteva essere un cieco e passivo strumento» nelle loro mani, ma «mirava ad affermare, sia pure con delicatezza e un sincero desiderio di collaborazione» un proprio pensiero e volontà. Tra le stesse donne non era ancora abbastanza matura la convinzione della necessità della loro «presenza nella vita sociale per una più concreta soluzione dei problemi specifici e per un più efficace completamento dell’opera dell’uomo».

Il suo insuccesso fu conseguenza anche dell’opposizione incontrata tra quei cattolici che erano rimasti impressionati dalla fama repubblicana che la accompagnava «per opera di alcuni che vedevano in questo un efficace elemento di sfavore nei miei riguardi, date le preferenze monarchiche del nostro ambiente». In proposito la Mariotti rivendicava di aver sempre mantenuto «un atteggiamento di riserbo nei riguardi del problema istituzionale». Nel discorso al comizio, infatti, aveva sentito l’esigenza di chiarire la sua posizione, insistendo sulla responsabilità di conservare l’unità sul preminente terreno costituzionale, con l’impegno per un concreto sistema che garantisse stabilità e ordine nella convivenza sociale, benessere e pace per tutti, e sul legittimo riconoscimento delle divergenze su quello istituzionale. E respingeva «i tentativi di speculazione sia da destra che da sinistra, da vicino e da lontano», per sostenere che «né ai partiti, né alla Costituente spetta la soluzione fondamentale di questo problema, ma solo al popolo, il quale ha il diritto di avere rispettata la sua decisione, qualunque essa sia, quando l’esito del referendum l’avrà manifestata»; e il dovere di esprimere una decisione «da cui esuli ogni ombra di superficialità, di leggerezza, di sentimentalismo, e che invece sia presa in piena, profonda consapevolezza e responsabilità».

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