Matteo, il neo-medico reggino finito «per caso» nel reparto Covid

Era partito per domare le onde in Costarica, si è ritrovato a fare le prime notti a Cremona. Una storia paradossale, ma ricchissima di emozioni. È quella di Matteo Mascalchi, neo-medico reggino che ha risposto positivamente all’appello degli ospedali lombardi per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Quell’impegno, nato per caso, che adesso ha cambiato i piani della sua vita: «Prima volevo specializzarmi in psichiatria, adesso proverò la strada di rianimatore».

 
Ma riavvolgiamo il nastro di questa storia che vede protagonista una 26enne reggino che, dopo la laurea in Medicina, aveva deciso di regalarsi del meritato riposo. Al suo ritorno in Europa, però, ha incontrato lo spauracchio Covid-19. Peripezie, trasformate in una vera e propria odissea: «Dagli aeroporto spagnoli – ci dice – sono arrivato in Germania, l’unico modo per tornare in Italia. Sono arrivato in Lombardia con la consapevolezza di non poter tornare nella mia Calabria per evitare di contagiare i miei familiari».
 
Quasi per noia partecipa al bando d’emergenza per il reclutamento di personale medico in Lombardia. «Figuriamoci se chiamano me», si confida Matteo che – nella remota eventualità di coinvolgimento – si vedeva «dietro una scrivania per sbrigare pratiche burocratiche». E invece, pronti-via, assunto dall’ospedale di Cremona – diventanto un centro Covid – è stato subito buttato nella mischia per utilizzare una metafora del rugby.
 
Turni infiniti, notti durissime sotto il profilo emotivo e un’equipe medica ridotta all’osso: «Soltanto due medici non sono risultati positivi al Coronavirus, per loro – spiega Matteo – seppure inesperti, siamo stati una vera e propria manna dal Cielo». Una prova ardua, dicevamo: «Ho fatto la prima notte della mia vita all’interno di un reparto Covid – dice il giovane medico reggino – e l’ho fatto in modo traumatico: non c’era tempo per respirare, vedevo coi miei occhi che quell’emergenza descritta in tv era davvero molto più grave di quanto poteva apparire. Durante il mio primo turno in ospedale ho dovuto compliare ben tre certificati di morte. Tutti per Coronavirus».
 
La voce di Matteo cambia tono. La freschezza del suo impegno si scontra con l’inesperienza di affrontare situazioni così dolorose. Senza la possibilità di potersi mai fermare: «Ogni visita ai pazienti durava ore; è stato massacrante, ma non vi nascondo che non siano mancati i momenti di scoraggiamento. Mi dicevo: “Ma chi me l’ha fatta fare?”. Poi, pensando a quei colleghi in grandissima difficoltà, ho capito che il mio posto era lì».
 
Ora, la situazione sta migliorando. Ma è troppo presto, secondo Matteo per pensare a una riapertura: «La mia testimonianza parte dal fatto che tanti medici si stanno ammalando nuovamente – afferma il reggino – per cui bisogna stare molto attenti e attenersi scrupolosamente alle indicazioni che ci vengono date». E sul futuro? «Prima volevo fare psichiatria, adesso ho capito che la mia strada è stare in rianimazione nella gestione dell’emergenza».
 

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