Avvenire di Calabria

Diciannove anni fa ci lasciava il sacerdote reggino, don Domenico Farias. Era il 7 luglio 2002

Reggio Calabria ricorda don Domenico Farias

Don Farias lasciò tutti i suoi averi alla diocesi. A lui è stata intitolata la Biblioteca diocesana

di Redazione Web

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Reggio Calabria ricorda don Domenico Farias. Diciannove anni fa ci lasciava il sacerdote reggino, don Domenico Farias. Era il 7 luglio 2002. Leggi per scoprire di più 👇

Reggio Calabria ricorda don Domenico Farias

Cresciuto alla scuola dei vescovi reggini come monsignor Lanza, si è formato nelle relazioni nazionali della Fuci di Montini. Altrettanto importante è la formazione nel Collegio Capranica con la generazione dell’abate Franzoni, don Monterubbianesi (comunità di Capodarco) ed altri. Nell’orizzonte più ampio dell’amicizia si annovera la vicinanza con Ivan Illich, profeta della postmodernità. Nonché, l'indimenticabile dialettica con don Dossetti, tra i padri della Costituzione.



Un’esperienza fatta di fatica teorica (coscienza, amore e ricerca seria della verità) e prassi (atteggiamenti storici e prese di posizione) mai scisse nella testimonianza personale e comunitaria, dalla questione meridionale (e calabrese), alla mondialità e altri segni dei tempi, studiati e condivisi nei laboratori del pensiero (università, biblioteche, gruppi) come nelle frontiere sociali, spesso religiosamente trascurate, delle “periferie” disgregate (quartiere Fondo Versace, Cep ad Archi, Trizzino sulle pendici pre– aspromontane).

L'articolo "storico"

Una settimana dopo la sua morte, Antonino Villani Conti scrisse un suo ricordo delle ultime ore di don Farias per Avvenire di Calabria.

«Si trovava in ospedale, poche ore prima, avviluppato dalle spire mortali del cancro. Avvertiva, chiarissima e incalzante, l’imminenza dell’ora» scrive Villani Conti. «Alle 23 di sabato, ancora un paio di telefonate. Poi, giudicando tutto compiuto, un desiderio. "Roberto – dice al medico che lo ha accompagnato nella malattia – che stiamo a fare qui. Portatemi a casa. Sbrigatevi, però, perché devo arrivare vivo". In ambulanza si ripete la crisi respiratoria».

Aggiunge Villani Conti «In casa è attorniato dai suoi. Piangono. "Chi piange, fuori!", rimprovera. Li invita alla preghiera ed al canto corale. Presiede lui stesso. La tenue fiammella della vita pare voglia riprendere vigore. È soltanto l’ultimo dono in terra che l’immenso Iddio gli concede. Transitare, accompagnato dai canti e le preghiere della Chiesa, sinceramente ed intensamente amata». «"Adesso è passato l’entusiasmo", dice. "È peggio che all’ospedale". Si riferisce alle sofferenze. Suda abbondantemente. "Cantatemi la spagnola (Nada te turbe)". Credo in te Signor, la intona lui».

Si tratta «dell’ultima lezione: rapporto tra le creature e il Creatore. Il Creatore esige lo strappo dalle creature. E questo strappo è terribile perché, appunto, siamo creature. "Lo strappo fa male come il collutorio che ho preso". Benedice tutti. Il rantolo diventa prepotente. "Adesso ho un dolore diverso. Questa è una cosa che prima non avevo". Cinque minuti dopo, l’immobilità innaturale testimonia l’avvenuto trapasso» conclude Villani Conti.

Don Farias lasciò tutti i suoi averi alla diocesi. A lui è stata intitolata la Biblioteca diocesana. Ma la sua più grande eredità, probabilmente, è tutta condensata nella sofferta, ma reale, cronaca di Villani Conti.

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