Avvenire di Calabria

Monito del disaster manager Pino Abbate: «Il Piano di protezione civile fermo al 2008»

«Sulle calamità impreparati e disinformati»

Bastano solo cinquantamila euro per un documento di sicurezza «Purtroppo, però, la prevenzione non porta consensi elettorali»

Federico Minniti

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Abbate ci accoglie nel suo studio di buon mattino. Ha modi cauti seppur il motivo del nostro incontro è la sua professionalità di disaster manager. «Qualcuno pensa che io porti sfortuna», ci dice scherzando, mentre osserviamo le mappe di una città, Reggio Calabria, che i terremoti hanno stravolto nel corso della sua lunga storia sismica. «Siamo senza memoria: pensare alla prevenzione non porta gli stessi voti di organizzare una sagra». Pino Abbate, ingegnere reggino, già ricercatore Formez, nella sua pacatezza lancia messaggi rotondi. «I soldi del dopo L’Aquila? Che fine hanno fatto? Gli interventi si possono contare sul palmo di una mano, pochissimi gli edifici pubblici messi in sicurezza». Un dato allarmante, ma non è l’unico. Da come si evince visitando il sito istituzionale del Comune di Reggio, nel capoluogo, l’ultimo piano di protezione civile risale al 2008, seppure la normativa impegni gli enti locali preposti ad aggiornarlo ogni due anni. «Dal punto di vista della prevenzione siamo all’anno zero; è un problema di volontà politica. In Italia vige ancora la cultura della ricostruzione». Proprio rispetto agli edifici pubblici lo Stato dovrebbe intervenire massicciamente. «Le do un numero: su 710 edifici di questo tipo a Reggio Calabria il 70% è a forte rischio. Vuoi perché costruiti prima delle moderne norme antisismiche, vuoi perché versano in un forte degrado infrastrutturale». Abbate prosegue: «Si pensi che a Reggio non esistono le aree di emergenza. Una era l’ex piazzale Botteghelle, ma era considerato prima di diventare deposito dei bus, e ora?». Per fortuna nell’area metropolitana qualche Comune ha già iniziato ad attivarsi. «Villa San Giovanni, Palizzi e le amministrazioni della Vallata del Gallico, per esempio, si sono dotate di un nuovo piano di protezione civile che non vale solo per i terremoti, ma per tutti gli eventi nefasti». La domanda ci sorge spontanea: ma questo progetto quanti soldi costa? «Siamo sui 50mila euro per un piano dettagliato per una città medio grande come Reggio Calabria». Risorse non impossibili da racimolare per i municipi, dunque. Euro più, euro meno di quelli spesi per i festeggiamenti civili per la festa patronale. «Abbiamo dei paradossi che gridano vendetta: si pensi ai sottopassaggi che si allagano alle prime piogge, oppure a quei rioni abbarbicati a pochi metri dai letti delle fiumare o alla battigia del mare». Reggio è, quindi, una città insicura. Fa paura dirlo, ma per l’ingegnere Abbate non bisogna sottovalutare i pericoli. «Un altro dramma sono i nostri collegamenti: pensate che in caso di maremoto l’aeroporto non esisterebbe più. Così come i ponti delle autostrade sarebbero i primi a poter franare. Non abbiamo immaginato nemmeno un’area in cui far sostare eventualmente i soccorritori». Un quadro apocalittico, Abbate spiega che non si tratta di una «iattura». «Basta aprire il rapporto Barberi del ’98. L’Università Mediterranea, tante scuole, gli Ospedali Riuniti, i principali comandi delle forze di polizia, il teatro comunale “Francesco Cilea” sono tutti siti ad alto rischio. Mi chiedo e vi chiedo: negli ultimi 18 anni cosa è stato fatto?». Un quadro critico che sta trovando una prima collaborazione, ci confida, con il responsabile comunale della Protezione Civile. «Troppo poco», conclude Abbate, «bisogna agire in fretta».

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