Alla Parrocchia Santa Maria del Divino Soccorso, in collaborazione con l’Istituto diocesano di Formazione Politico Sociale “Mons Lanza, la storia di Israele e Palestina

Confltto Israele Palestina

L’evoluzione del conflitto israelo-palestinese affonda le sue radici ben oltre i confini del Medio Oriente, intrecciandosi profondamente con le dinamiche storiche, sociali e politiche dell’Europa tra l’Ottocento e il Novecento. È questo il fulcro dell’analisi proposta lo scorso 25 febbraio presso la Parrocchia Santa Maria del Divino Soccorso a Reggio Calabria, durante un incontro organizzato in sinergia con l’Istituto diocesano di Formazione Politico Sociale “Mons Lanza”. Attraverso la relazione del professore Nino Romeo, introdotto da don Gaetano Galatti, è stata tracciata una disamina cronologica e fattuale della questione mediorientale: dalle discriminazioni subite dagli ebrei nel Vecchio Continente, passando per la nascita del movimento sionista e il mandato britannico, fino alla fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e alle conseguenti guerre arabo-israeliane. Una ricostruzione utile a comprendere le cause strutturali che hanno generato l’esodo palestinese e alimentato, decennio dopo decennio, la progressiva radicalizzazione delle posizioni in campo, allontanando le prospettive di una pacifica convivenza.

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L’incontro dell’Istituto Mons Lanza e le origini europee della questione ebraica

Il 25 febbraio scorso, presso la Parrocchia Santa Maria del Divino Soccorso, in collaborazione con l’Istituto diocesano di Formazione Politico Sociale “Mons Lanza” si è tenuto un incontro per tracciare le linee storiche del conflitto Israelo-Palestinese. Don Gaetano Galatti ha introdotto il prof. Nino Romeo, storico e docente dell’Istituto di Formazione Politico Sociale “Mons Lanza”, che ha ricostruito nel lungo periodo eventi articolati e multiformi per una narrazione naturalmente complessa. Il conflitto israelo-palestinese riguarda direttamente noi europei sia per la sua prossimità geografica sia, e ancor di più, perché le sue cause vanno ricercate nella storia complessiva del nostro continente.

Fu l’Europa cristiana ad accusare di deicidio gli ebrei della diaspora, fondando su quest’accusa tutte le pesanti discriminazioni dei secoli successivi e ripetendola fino ad epoche assai recenti. Le discriminazioni giuridiche furono lentamente superate e gli ebrei furono sì “emancipati” nella stagione delle costituzioni liberali, ma continuarono ad essere percepiti come soggetti estranei alle comunità nazionali, che proprio nella religione e nel vincolo di sangue avevano individuato la propria ragione identitaria.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento, nel periodo della Grande depressione economica, sugli ebrei si scaricò la protesta per una crisi sistemica difficile da affrontare e fu proprio allora che, nel 1879, ad opera di Ludwig Marr nacque in Germania la Lega dell’antisemitismo, che invocava misure drastiche contro l’ebreo. Nello stesso periodo la Francia, mortificata dalla sconfitta subìta contro la Prussia, si abbandonò a clamorose manifestazioni di antisemitismo, sfociate nel drammatico caso del capitano Dreyfus. Difronte a queste rinnovate ostilità gli ebrei europei, anch’essi partecipi della nuova sensibilità nazionalistica, reagirono dando origine ad un movimento sionista che, nel Congresso di Basilea del 1897, indicò la strada per il futuro: il ritorno in Palestina, l’antica terra dei Patriarchi, abitata da secoli, però, da un altro popolo.

Il mandato britannico e le prime tensioni in Medio Oriente

Durante la Grande guerra il governo britannico, con la Dichiarazione Balfour del novembre 1917, si disse favorevole alla costituzione di un “focolare” ebraico in Palestina e da allora prese avvio un sempre più consistente movimento migratorio di ebrei europei verso la terra dei loro avi. I nuovi arrivati, di formazione in genere laica e socialista, crearono subito strutture produttive, politiche e militari decisamente avanzate, creando crescente risentimento nella comunità palestinese. Dopo le violente proteste del 1935 e del 1936, la Gran Bretagna, potenza mandataria in Palestina, impose un limite all’emigrazione ebraica, ma a questo punto si organizzò anche militarmente la protesta dei gruppi sionisti, che passarono alla guerriglia violenta.

La risoluzione dell’Onu, lo Stato di Israele e la Nakba

Dopo la Seconda guerra mondiale la Gran Bretagna, prostrata dallo sforzo sostenuto nel pur vittorioso conflitto, rinunciò al mandato su quel territorio e l’ONU creò una Commissione, l’UNSCOP, per affrontare la questione. Quest’organismo propose di assegnare il 56,47% del territorio ai 600.000 ebrei, il 42.88% ai palestinesi (che erano 1.200.000), mentre Gerusalemme sarebbe stata costituita come città libera e sotto il controllo internazionale. Questa divisione fu avallata dall’ONU con la risoluzione n. 181 e nel maggio 1948 nacque lo Stato di Israele, subito riconosciuto da USA e URSS. Gli Stati arabi si mobilitarono contro Israele, ma furono sconfitti in una guerra che si protrasse fino al gennaio 1949, al termine della quale il territorio utilizzabile dai palestinesi si ridusse al 21% e ben 500.000 di loro furono costretti a cercare rifugio altrove. Fu l’inizio della Nakba, come chiamano il loro disperato destino di esuli senza più patria.

Le guerre successive e la radicalizzazione delle posizioni

Agli ebrei vincitori mancò l’intelligenza politica per vincere anche la pace, anzi da allora si susseguirono le guerre preventive del 1956 e del 1967. Quest’ultima, in particolare, portò il territorio controllato da Israele da 21.000 a 101.000 Kmq. e contribuì anche a modificare sostanzialmente la popolazione israeliana, con l’afflusso di nuovi coloni provenienti dal Maghreb e dalle repubbliche sovietiche.

Questi nuovi cittadini, portatori di una visione religiosa integralista e fanatica, spinsero per un’espansione che portasse al Grande Israele degli antichi Patriarchi, ed a ciò i palestinesi risposero estremizzando anch’essi le loro posizione e imboccando la strada della guerriglia senza quartiere. Dopo la guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973, conclusasi con un sostanziale pareggio, la scena fu occupata in entrambi i campi dai gruppi più oltranzisti, incapaci di concepire soluzioni di compromesso perché presuntuosamente convinti di avere anche Dio dalla propria parte. La sintesi di tutto questo è racchiusa nel folle slogan “Palestina libera dal fiume al mare”, scandito da entrambe le parti e che esclude, ovviamente, la possibilità di una convivenza plurale.

* Docente dell’Istituto di Formazione Politico Sociale “Mons Lanza”

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