Dal 1991 al 2025, oltre 400 enti locali sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose: un fenomeno che colpisce soprattutto il Sud ma che mostra segnali di espansione al Centro-Nord. Il dossier di Avviso Pubblico fotografa una crisi democratica profonda e duratura.
l bilancio: 402 scioglimenti dal 1991, Calabria in testa
Dal 2 agosto 1991 al 30 settembre 2025, in Italia sono stati 402 gli scioglimenti di enti locali per infiltrazioni mafiose, decretati dal Consiglio dei ministri e formalizzati con decreto del Presidente della Repubblica.

Un dato che equivale a una media di un Comune sciolto al mese. A essere colpite sono state 11 regioni italiane, che salgono a 13 includendo i territori dove le verifiche si sono concluse con un’archiviazione.
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Il fenomeno è fortemente concentrato nel Sud: 360 scioglimenti, pari all’89% del totale, si sono verificati in Calabria, Campania e Sicilia. La percentuale sale al 96% se si aggiunge la Puglia, con 386 casi.
Le restanti 16 misure hanno interessato: Lazio (5), Piemonte (3), Liguria (3), Basilicata (2), Lombardia, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta (1 ciascuna). In Sardegna e Veneto, le verifiche si sono concluse con l’archiviazione.
Le province più colpite e la tipologia degli enti
Sono 34 le province coinvolte. Cinque di esse (Reggio Calabria, Napoli, Caserta, Palermo e Vibo Valentia) raccolgono da sole il 63% degli scioglimenti.
Dei 294 enti locali sciolti, 288 sono Comuni, mentre 6 sono aziende sanitarie provinciali. Alcuni enti sono stati colpiti più volte: 83 amministrazioni hanno subito due o più scioglimenti, una addirittura cinque.
Comuni piccoli, mafie silenziose
Secondo i dati demografici dell’Istat, il 72% dei Comuni sciolti aveva meno di 20mila abitanti, il 51% meno di 10mila e il 34% meno di 5mila. Queste cifre sono state illustrate da Claudio Forleo, responsabile dell’Osservatorio parlamentare di Avviso Pubblico, durante la presentazione del report Il male in Comune, uno studio che analizza l’estensione e l’evoluzione delle infiltrazioni mafiose nei territori.
«Abbiamo iniziato nel 2019 a pubblicare dossier sul tema, per raccontare un fenomeno di scala nazionale, spesso percepito come locale», ha spiegato Roberto Montà, presidente di Avviso Pubblico, alla Fnsi. «Un Comune sciolto al mese è un dato che deve far riflettere», ha aggiunto Montà. «Dimostra la persistente connivenza tra mafie, politica e pubblica amministrazione, e il bisogno urgente di una riforma della normativa sugli scioglimenti. Non va cancellata, ma migliorata, per garantire trasparenza e prevenzione».
Il sindaco Falcomatà: «Una legge che va aggiornata»
A sottolineare l’urgenza di una revisione normativa è stato anche Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria e delegato Anci ai Servizi pubblici locali. Intervenuto a seguito della pubblicazione del report di Avviso Pubblico, Falcomatà ha dichiarato: «È una legge che va aggiornata, soprattutto alla luce dei mutamenti della società e delle nuove prospettive delle amministrazioni comunali. Come Anci, in questi anni, abbiamo presentato diverse proposte di riforma».
Secondo Falcomatà, l’attuale impianto normativo si limita a rimuovere la classe politica, ma non incide sull’apparato amministrativo: «Sciogliere un Comune oggi significa mandare a casa una giunta, ma resta inalterata la struttura burocratica, che spesso è parte integrante del sistema condizionato dalla mafia. Così l’efficacia della legge si annulla, e l’amministrazione successiva si trova a lavorare con le stesse figure coinvolte nelle dinamiche pregresse».
Il sindaco ha poi sottolineato il problema strutturale e finanziario di molti Comuni del Mezzogiorno: «La maggior parte degli enti sciolti sono piccoli e poveri. Lo Stato deve intervenire anche con risorse, per evitare che quei territori tornino vulnerabili alle mafie. Serve un accompagnamento post-commissariale che aiuti il Comune a tornare realmente operativo». Infine, ha lanciato un appello sulla disaffezione civica: «Le persone più capaci, i giovani, i professionisti, non si candidano più perché temono i rischi. Se chi ha più competenze rinuncia all’impegno, la qualità della politica locale continuerà a peggiorare anno dopo anno».
Le mafie oggi: meno bombe, più corruzione
«La legge 164 del 1991 è nata dopo la faida di Taurianova, ma le mafie di oggi sono molto diverse», ha spiegato il sostituto procuratore antimafia Salvatore Dolce.
Secondo il magistrato, la ‘ndrangheta e le altre organizzazioni criminali hanno abbandonato l’intimidazione e puntano su collusione e corruzione, specie nel Centro-Nord. «Meno visibilità, più potere. Ecco perché serve una rete di vigilanza che coinvolga cittadini e associazioni come Avviso Pubblico», ha sottolineato Dolce.
Un trend altalenante ma ancora attuale
Il numero di scioglimenti ha avuto un andamento discontinuo: Nel triennio 1991-1993 si registrarono 76 decreti, seguito da un calo tra il 1994 e il 2004 (61 scioglimenti).
Nel 2005 si registrò un altro picco (13), ma dal 2012 l’andamento è tornato a crescere, con due punte nel 2012 e nel triennio 2017–2019, superando i 20 scioglimenti annui.
Le archiviazioni e gli annullamenti
Tra il 2010 e il 2025, 59 indagini si sono concluse con l’archiviazione, per assenza dei presupposti di legge. Inoltre, 24 decreti di scioglimento sono stati annullati da Tar e Consiglio di Stato, in meno del 6% dei casi.
La motivazione principale? Mancata evidenza di elementi univoci e concreti che dimostrino la presenza di condizionamenti mafiosi.













