Avvenire di Calabria

Le parole del presule: «Se il pane procurato per i bisognosi è separato dall’Eucaristia, allora l’esercizio della carità rischia di scadere in filantropismo autoreferenziale»

Corpus Domini a Reggio Calabria, Morrone: «L’Eucaristia è una continua denuncia della nostra cultura privatistica e familista»

Oggi la Celebrazione in Cattedrale e la processione per le vie del centro cittadino

di Redazione Web

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Si è svolta oggi, nella Basilica Cattedrale di Reggio Calabria, la Celebrazione della Solennità del Corpus Domini presieduta dall'Arcivescovo Fortunato Morrone. La Messa, iniziata alle 18.30, ha preceduto la processione del Corpus Domini che si è svolta per le vie del centro storico. Alla Celebrazione eucaristica erano presenti l'arcivescovo emerito Vittorio Luigi Mondello, i canonici del Capitolo metropolitano, alcuni sacerdoti e diaconi, il Seminario arcivescovile Pio XI, religiosi, religiose e il popolo santo di Dio.

Riportiamo di seguito l'omelia integrale dell'arcivescovo Morrone pronunciata nella Basilica Cattedrale di Reggio Calabria in occasione del Corpus Domini.

Corpus Domini a Reggio Calabria, l'omelia dell'arcivescovo Morrone

L’annuncio del vangelo è nato dall’evento dell’Incarnazione, centro della nostra fede: In Gesù, Dio fa sua la nostra condizione umana, fragile e fallibile, limitata nella sua dimensione storica, corposa e visibile, sperimentabile, con tutti i sensi. Abbiamo detto in altre occasioni che l’interesse di Dio siamo noi, egli si prende cura dei cuccioli d’uomo: il Padre vostro sa quali cose avete bisogno. Perciò Gesù ci fa pregare: dacci il pane quotidiano o Padre, frutto della tua bontà e del nostro lavoro. La nostra esistenza si nutre di affetti, amicizia, vicinanza, condivisione, riconoscenza, gentilezza, semplicità, fondamenti “dell’arte del vivere” (Lafont), e il pane è come il simbolo concreto che profuma di vita e la nutre.

Il Vangelo nel suo racconto originario inizia a formarsi nella prima comunità intorno all’azione liturgica della fractio panis, annuncio salvifico del Messia crocifisso: «ogni volta che mangiate questo pane voi annunciate la morte del Signore, finchè egli venga» (1Cor 11,26).

Nel memoriale eucaristico la prima comunità dei discepoli e delle discepole rivive e rilegge, nella luce dello Spirito, tutta l’esistenza di Gesù come unica notizia di salvezza buona e insuperabile di cui tutte le genti hanno diritto a conoscerla. La paradosis, la traditio evangelica, nasce, si alimenta e progredisce intorno al pane eucaristico spezzato, diviso, condiviso: solo in questo gesto di vita divinamente donato per amore e umanamente accolto con stupore, si aprono gli occhi della fede e si riconosce il Vivente che comanda con chiarezza: fate questo in memoria di me, amatevi come io vi ho amato. Solo da questo sapranno che siete credenti cristiani e sarete luce e sale della terra.

Questo memoriale, vissuto nel quotidiano dell’esistenza è il principio fondativo e identitario della Chiesa e nello stesso tempo la misura critica della sua credibilità nel mondo. L’annuncio del Vangelo gravita intorno a questo gesto corposo e visibile dell’amore più grande che si consegna e si lascia trafiggere perché il mondo viva. L’azione liturgica della fractio panis è mistero della fede nel Dio di Gesù che si fa nutrimento reale, non virtuale e spiritualistico, della nostra vita con tutti i suoi bisogni, le sue attese, i suoi fallimenti, le sue ansie, le sue conquiste. È il pane dei pellegrini, noi tutti, in cammino dietro Gesù per imparare ad assumere relazioni amative, eucaristiche corpo a corpo, nella misura alta del suo gesto pasquale che apre i nostri miopi e autoreferenziali occhi sulle reali necessità e attese degli uomini mendicanti di pane in questo nostro mondo, molte volte desertificato da interessi egoistici, sociali, nazionali, culturali, politici che affamano e schiavizzano milioni di persone, anche nel nostro territorio.

Ecco venendo al Vangelo di oggi si comprende subito che non si tratta del racconto della moltiplicazione miracolosa dei pani, quanto piuttosto della condivisione del pane messo a disposizione dai discepoli sollecitati dalla compassione di Gesù, attento ai poveri, agli ultimi, agli affamati, così come l’evangelista Luca evidenzia.

Ma cinque pani per cinquemila persone non è una follia? Eppure tutti mangiarono a sazietà. Che cosa è accaduto? Il segreto dell’evento è nel versetto 16 del brano evangelico: «prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recito la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero».

Quello che Luca descrive, così come accade nella narrazione dello stesso evento negli altri vangeli, ha un evidente sapore eucaristico. I gesti e i verbi rimandano all’ultima cena del Signore, compendio e testamento della Sua vita.

La fame dei cinquemila, la fame dell’umanità, ci fa intendere Luca, è saziata dallo stile eucaristico di Gesù, Parola viva, creativa che spiega e realizza il senso del pane spezzato. Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. E la Sua Parola è consegnata una volta per sempre nella vicenda di Gesù: non c’è amore più grande che nutre l’esistenza umana di chi offre la sua vita senza sottrarla a nessuno.


PER APPROFONDIRE: Un anno di Morrone, uno stile episcopale “forgiato” dal Sinodo


I cinque pani richiesti da Gesù ai suoi discepoli non li trattiene per sé: egli infatti non considerò come una preda da possedere essere Dio (cfr. Fil 2), ma si è piegato verso di noi e ci ha resi partecipi della sua condizione divinamente umana, bisognoso di essere anche Lui, il Verbo incarnato, sfamato e dissetato. Gesù prende dai discepoli i 5 pani perché accoglie come dono il pane della fatica e del lavoro dell’uomo destinato ad essere non solo riconosciuto e gratificato con il giusto salario, ma soprattutto condiviso, pertanto spezzato. La fractio panis, l’eucaristia celebrata sulle mense delle nostre comunità, di domenica in domenica, rimanda alla morte del Signore, è il simbolo forte battesimale del morire al proprio interesse personale, famigliare, politico, nazionale, culturale, ecclesiale, per dare vita. Nello spezzare il pane eucaristico annunciamo la morte del Signore per questo possiamo proclamare la Sua risurrezione di modo che in noi sia frantumata e vinta ogni morte, ogni chiusura, ogni cattiveria, ogni avido e prepotente dominio sulle persone. È questo spezzarsi-morire a sé che rende fragrante la Sua e la nostra umanità e già ora profuma di resurrezione. Solo un pane spezzato, un’esistenza donata può aprire sentieri nuovi di condivisione, avviare e moltiplicare come per gemmazione processi di giustizia, di equità, di fraternità perché nessuno sia privato della linfa vitale dell’amore.

Di fronte alla moltitudine affamata di vita dignitosamente umana, non ci sono soluzioni che tengano il passo con gli sviluppi e interrogativi repentini e imprevedibili della storia che provocano orride tragedie, se non all’interno della provocazione di Gesù: «voi stessi date loro da mangiare». Perciò ogni volta che questo accade nel nella vostra vita di credenti, lo farete in memoria di me, mostrando la differenza cristiana in ogni ambito dell’esistenza umana, aprendo nuovi scenari sociali, economici, politici, educativi, culturali.

In tal senso la celebrazione eucaristica evangelizza la Chiesa ponendola in una continua conversione, in una lenta transustanziazione, e nello stesso tempo la spinge a prolungare fuori dal tempio nel quotidiano della vita umana l’atto eucaristico, Vangelo per la vita del mondo. Celebrare l’Eucaristia invera in noi la fede solo se ci lasciamo formare dall’Eucarestia, pane spezzato per la moltitudine, anzitutto per chi non ha un pezzo di pane neanche per un giorno. Perciò se la celebrazione eucaristica viene separata dalla fattiva carità, anzitutto per gli affamati, scade in un rito sterile sganciato dalla vita. Ma se il pane procurato per i bisognosi è separato dall’Eucaristia, allora l’esercizio della carità rischia di scadere in filantropismo autoreferenziale.

È indubbio, pertanto, che il comando del Signore è una continua denuncia dei nostri egoismi e particolarismi che si declinano inesorabilmente nelle tante forme di ingiustizia. Come può essere benedetto, come può cioè saziare una moltitudine affamata di giustizia, di cultura, di dignità, di libertà, di lavoro, di onestà, quel pane che è frutto del sudore della fronte altrui? Nello stesso tempo, l’Eucarestia, quale celebrazione della riunificazione dei figli di Dio dispersi (cfr. Gv 12), è una continua denuncia della nostra cultura privatistica e familista che fatica a comprendere il senso vitale e prezioso del bene comune a livello sociale e politico, non ultimo ecclesiale.

D’altra parte, la contestazione profetica di Gesù è chiara: i poveri li avrete sempre con voi. Questo nostro mondo non è compiuto, è salvato anticipatamente in Lui, primizia della nuova umanità, ma anche nella fiducia che il Signore Gesù ripone in ciascuno di noi, perché la sua opera continui ad infiammare il mondo. Chi dei suoi discepoli e delle sue discepole ha vissuto la sua esistenza all’insegna del memoriale eucaristico, imitando e attualizzando il gesto d’amore insuperabile del Maestro, ha compiuto in questa mondo opere culturali, sociali, politiche, economiche più grandi di Lui e di grande respiro. Opere che esplicitano il senso autentico dei simboli sacramentali, e così tutti si sono saziati del suo pane spezzato e condiviso, moltiplicato di mano in mano perché l’amore è di sua natura diffusivo, contagioso, più forte di ogni morte. Don Catanoso, monsignor Ferro, don Italo, Maria Mariotti, Franca Maggioni, Rosella Staltari. Non sono stati il sacramento al vivo del Signore?

Si, l’Eucaristia, sacramento del mondo nuovo, è celebrata nell’attesa della Sua ultima venuta. Intanto il Signore ci nutre di Sé perché anche noi, spezzando la nostra vita in sua memoria, possiamo nutrire di Lui tutti coloro che chiedono pane benedetto, affrettando la venuta del Suo regno.

Santa Maria, Madre di Gesù e nostra, prega per tutti noi perché anche in noi si compia il mistero della fede che celebriamo sulla mensa eucaristica.

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