L’incontro con don Luigi Maria Epicoco presso l’Aula Magna Quistelli ha rappresentato un momento di analisi profonda sulla condizione umana, attirando una platea eterogenea composta da studenti, docenti e rappresentanti delle diverse realtà accademiche reggine. L’iniziativa, coordinata dalla pastorale universitaria e giovanile, ha offerto lo spunto per affrontare il tema della ripartenza esistenziale attraverso una lente antropologica, capace di parlare sia a chi professa una fede sia a chi muove da premesse laiche. Al centro del dibattito, la necessità di trasformare i momenti di rottura in opportunità di autoconoscenza, superando la logica del fallimento definitivo per riscoprire una progettualità fondata sulla propria vocazione personale.
Una riflessione antropologica sul concetto di rinascita
L’Università Mediterranea di Reggio Calabria ha accolto un pubblico davvero vasto e trasversale per l’incontro con don Luigi Maria Epicoco dal titolo “RESTART – Si può rinascere davvero?”, tenutosi lo scorso 22 aprile presso l’Aula Magna Quistelli. L’evento è stato promosso dalla pastorale universitaria a beneficio delle comunità accademiche dei diversi Atenei reggini, insieme alla pastorale giovanile quale raccordo tra le varie realtà, associazioni e aggregazioni che orbitano attorno al mondo universitario.
Il Prof. Massimo Lauria, Pro-rettore vicario, ha accolto don Luigi esprimendo soddisfazione per la numerosissima partecipazione e definendo l’incontro “una grande opera di manutenzione straordinaria per il nostro spirito”, sottolineando il valore culturale e comunitario dell’evento. La parola è poi passata a don Tonino Sgrò che, in veste di responsabile della pastorale universitaria, ha rivolto il suo saluto e il suo ringraziamento ai diversi Atenei, alle associazioni, al Consiglio degli Studenti dell’UniRC e al Vescovo per aver sostenuto l’iniziativa.
Don Tonino ha presentato l’ospite evidenziando la volontà di don Luigi di condividere un pensiero di speranza per tutti, credenti e non credenti, perché tutti abbiamo bisogno di rinascere in obbedienza a un anelito di infinito iscritto nel nostro DNA.
Il valore della crisi e la distinzione dal fallimento
Don Epicoco ha quindi preso la parola offrendo una riflessione di carattere trasversale, destinata a tutti, e centrando l’intervento sulla necessità dell’uomo di rinascere sempre, declinando la resurrezione non in termini di fede ma in chiave antropologica. Il nucleo della sua riflessione è stato il termine “ricominciamento”, da lui utilizzato per trasporre laicamente la parola resurrezione. La vita – ha sottolineato Epicoco – è fatta di pasque, di passaggi, e si concretizza in un susseguirsi di “inizio-fine”, al punto da poter essere definita “un’ostinazione che spinge in tutte le latitudini della nostra esistenza”.
Alla parola ricominciamento, don Epicoco ha affiancato la parola crisi, utilizzata per trasporre laicamente il concetto di morte. Nella nostra cultura le crisi, spesso, non sono accettate ma ripudiate e vissute come sfortune; esse, invece, sono fondamentali perché costituiscono espressione della vitalità umana, rivelano i nostri limiti e contribuiscono a una maggiore conoscenza di noi stessi. Tutti abbiamo bisogno di saper rileggere le nostre ferite, perché rileggendole conosciamo noi stessi.
Per fare questo serve pazienza, dal momento che tutto nella nostra esistenza necessita di gradualità; eppure l’edonismo predominante rifiuta la fatica e non accetta che la crescita autentica – come nell’immagine del seme – avvenga nel tempo. Epicoco compie una distinzione tra crisi e fallimento: mentre la prima rappresenta un tempo, il secondo rischia di materializzarsi come un giudizio definitivo, come un destino che schiaccia.
Accettare le fragilità per scoprire la propria vocazione
La vita si esprime in tutto il suo potenziale quando accetta la sofferenza e il fallimento senza, però, identificarsi con essi. Mentre il Risorto, per farsi riconoscere, mostra le mani e il costato, cioè le sue ferite, noi passiamo tutta la vita a nascondere le nostre fragilità e debolezze: noi le nascondiamo, Lui le usa per farsi riconoscere. Il primo segno della risurrezione – sottolinea Epicoco – è fare pace con le proprie stimmate, con le nostre ferite, conoscere i propri limiti e accettare le proprie crisi, perché esse ci rivelano a noi stessi e raccontano qualcosa di noi.
L’illustre ospite ha affermato che ciascuno di noi ha bisogno di coltivare dentro di sé quella sana ostinazione che ci fa ricalcolare il percorso e impedisce di trasformare la nostra caduta nel nostro destino. In fondo la speranza è un’ostinazione che non si arrende davanti all’apparente fine delle cose, ma la supera, e ciò è ben rappresentato dalla figura della Maddalena, protagonista di questa ostinazione. Ella si aggira ostinatamente per il giardino e non riesce a rassegnarsi alla morte di Gesù.
Maria Maddalena non riconosce Gesù e lo scambia per il giardiniere. Gesù le chiede il motivo del suo pianto e cosa stia cercando, e neppure allora viene riconosciuto, a sottolineare come la via filosofica non basti, ma serva la via del cuore. Anche noi, spesso, brancoliamo nel buio perché abbiamo i sintomi della nostra infelicità ma non ci domandiamo quale sia la sua radice. La nostra vocazione nasce da ciò che ci ha ferito, poiché scopriamo chi siamo attraverso le cose che ci hanno fatto soffrire.
Maria Maddalena, infatti, apre gli occhi e riconosce Gesù nello sconosciuto quando questi la chiama per nome; sentendosi chiamata, ella scopre ciò che, tanto in termini laici quanto di fede, si chiama “vocazione”. Come i discepoli di Emmaus, siamo dunque chiamati a riscoprire la forza del desiderio e a vivere in modo appassionato la nostra esistenza: non basta essere preparati e competenti, ma occorre “palpitare per cose grandi”, far ardere nel petto il cuore per ideali per i quali valga davvero la pena vivere.
In definitiva, la resurrezione, laicamente declinata, non è soltanto fare pace con le nostre crisi e i nostri fallimenti, ma è palpitare per cose grandi, far ardere quel fuoco che genera novità nella consapevolezza della missione a cui siamo chiamati. Il male, infatti, è ripetitivo, mentre il bene genera novità: ci invita a non vivere le vite degli altri, a non cadere nel vittimismo, e ci esorta a seguire la nostra vocazione così da poter dire, veramente, cosa significhi “rinascere davvero”, perché siamo “programmati per l’infinito”.













