La recente rilevazione dell’Istituto Treccani, che ha identificato nella “fiducia” la parola dell’anno 2025 in virtù delle frequenti ricerche effettuate dai giovani, impone una disamina attenta delle dinamiche educative contemporanee. Tale dato emerge come un indicatore prezioso dello stato di salute emotiva delle nuove generazioni, evidenziando un bisogno di riferimenti stabili che va ben oltre la superficie delle interazioni digitali. Comprendere la genesi della sicurezza interiore richiede dunque di analizzare il contesto familiare non come luogo di mera custodia, ma come spazio privilegiato in cui la coerenza adulta e l’ascolto attivo pongono le basi per lo sviluppo dell’autostima. Di seguito proponiamo un approfondimento che esplora le radici psicologiche di questo sentimento e le strategie pratiche per alimentarlo quotidianamente nel rapporto tra genitori e figli.
Un edificio emotivo da costruire insieme
Fiducia è la parola dell’anno 2025, è stata la più cercata dai giovani, sul sito Treccani. È un fatto che deve far riflettere noi adulti. Proviamo a farlo dedicando una breve serie di articoli sul tema. “Non credo di farcela, tanto sbaglio sempre”. Sono le parole di Giulia, 16 anni, a cui manca la fiducia. Non quella superficiale che si esibisce sui social, ma quella profonda che ti fa alzare dopo ogni caduta, ti permette di rischiare e crescere. La fiducia non è un tratto di personalità innato: è il risultato di un delicato processo relazionale che si costruisce giorno dopo giorno, soprattutto nel rapporto con i genitori. È l’invisibile fondamento su cui poggia l’intera architettura emotiva della persona. Senza fiducia, ogni relazione traballa, ogni sfida appare insormontabile. La fiducia nasce nell’incontro. Quando un bambino piange e il genitore risponde con prontezza e calore, si deposita il primo mattone di questo edificio. Quando un adolescente confida un problema e trova ascolto senza giudizio, si aggiungono altri mattoni. La fiducia si alimenta di coerenza, prevedibilità e presenza autentica. Marco, 8 anni, ha imparato: quando la mamma dice “Torno tra mezz’ora”, torna davvero. Quando promette di portarlo al parco giochi, lo fa. Questa coerenza tra parole e azioni ha creato in lui una certezza fondamentale: le persone possono essere affidabili; il mondo può essere un luogo sicuro. I genitori devono essere emotivamente disponibili, capaci di sintonizzarsi sui bisogni del figlio. Quando Elena torna da scuola silenziosa, sua madre non si accontenta di un “Va tutto bene”. Si siede accanto a lei, aspetta, crea uno spazio per l’ascolto. Elena così capisce che le sue emozioni hanno diritto di esistere e di essere accolte.
I tre pilastri interconnessi
La fiducia si manifesta in tre dimensioni che si alimentano reciprocamente. Fiducia in sé stessi: credere nelle proprie capacità di affrontare le sfide, di apprendere, di crescere. È la convinzione interiore di avere valore e risorse. Quando questa dimensione è solida, un figlio affronta le difficoltà con la certezza di poterle gestire, anche se non sa ancora come. Fiducia nelle proprie capacità: la certezza di poter sviluppare competenze, migliorare con l’esercizio, trasformare i fallimenti in opportunità di apprendimento. Non è l’illusione di essere perfetti, ma la consapevolezza di essere in grado di imparare e progredire. Fiducia negli altri: la capacità di aprirsi alle relazioni, di chiedere aiuto senza vergogna, di credere nella bontà fondamentale delle persone e nella possibilità di legami autentici. Chi ha sperimentato relazioni affidabili nell’infanzia sarà più capace di costruirle da adulto. Un figlio che si fida di sé sarà più disposto a fidarsi degli altri. E viceversa: la mancanza di fiducia in un’area contamina inevitabilmente le altre.
Come riconoscere la mancanza di fiducia?
I segnali sono spesso evidenti, ma non sempre li interpretiamo correttamente. Evitamento delle sfide: “Non ci provo nemmeno, tanto so già che va male” diventa il ritornello che protegge dall’eventuale delusione. Ricerca costante di approvazione esterna: il bisogno continuo di conferme da parte di genitori, insegnanti o coetanei rivela l’assenza di un’approvazione interiore solida. Difficoltà nelle decisioni: l’incapacità di scegliere autonomamente, la paura costante di sbagliare, il rimandare ogni scelta. Paura del giudizio: l’ansia eccessiva rispetto all’opinione altrui, che limita l’espressione autentica di sé. Chiusura emotiva: la difficoltà a confidarsi, a mostrare vulnerabilità, a chiedere aiuto quando serve. Nutrire la fiducia dei giovani è uno dei compiti di noi adulti. Alcune domande possono essere utili. Quanto sono coerente tra ciò che dico e ciò che faccio nella vita quotidiana? Mio figlio sa che può contare su di me, anche quando sbaglia? Quale messaggio trasmetto con le mie reazioni quotidiane? Per informazioni, sollecitazioni o domande scrivere a giannitrudupsicologo@gmail.com













