Ai Overview: Il 12 giugno si celebra la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, una ricorrenza istituita nel 2002 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per mantenere alta l’attenzione su un fenomeno che coinvolge attualmente 138 milioni di minori nel mondo. Le linee guida tracciate durante la recente Conferenza di Marrakech evidenziano la necessità di adottare un approccio sistemico: per contrastare efficacemente il problema è indispensabile agire sulle cause strutturali, come la povertà, la mancanza di istruzione e l’assenza di un lavoro dignitoso per gli adulti. Il fenomeno presenta criticità significative anche in Italia, dove si registra una stretta correlazione tra l’ingresso precoce nel mondo del lavoro e la dispersione scolastica. Un quadro che risulta particolarmente complesso nelle regioni del Mezzogiorno e in Calabria, dove il lavoro minorile si manifesta spesso in forma sommersa, legandosi alle fragilità economiche del territorio e richiedendo interventi mirati di supporto alle famiglie e rafforzamento dei percorsi educativi.
Un fenomeno persistente e l’impegno internazionale
Un bambino che lavora è un bambino a cui viene sottratto qualcosa. Non soltanto il tempo per giocare, studiare o crescere, ma una parte della propria infanzia. Sono però purtroppo ancora tantissimi i bambini coinvo nel lavoro minorile.
Il 12 giugno si celebra la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, istituita nel 2002 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) per richiamare l’attenzione su uno dei fenomeni più gravi e persistenti del nostro tempo. Una giornata che invita governi, imprese, organizzazioni sociali e cittadini a interrogarsi su questioni quanto mai urgenti: come è possibile che, nel XXI secolo, milioni di bambini continuino a lavorare invece di andare a scuola? Se n’è discusso lo scorso febbraio, durnate la sesta Conferenza mondiale sull’eliminazione del lavoro minorile, ospitata a Marrakech, in Marocco, ha riunito governi, rappresentanti dei lavoratori e delle imprese, organizzazioni internazionali e società civile per fare il punto sugli impegni assunti e sulle azioni necessarie per raggiungere l’obiettivo fissato dalle Nazioni Unite: eliminare il lavoro minorile in tutte le sue forme.
Da quell’incontro è nato il Quadro d’azione mondiale contro il lavoro minorile, una roadmap internazionale che individua priorità, strumenti e indicatori per accelerare il contrasto al fenomeno. Non a caso lo slogan scelto per la Giornata mondiale di quest’anno è: “Cartellino rosso al lavoro minorile: fair play per i bambini, lavoro dignitoso per gli adulti”.
I dati globali e la situazione in Italia
Secondo le stime più recenti dell’OIL, nel mondo sono ancora 138 milioni i bambini coinvolti nel lavoro minorile. Di questi, 54 milioni svolgono attività considerate pericolose per la loro salute, sicurezza e crescita. In sostanza, un bambino su dieci continua a essere privato della propria infanzia. L’Africa resta il continente maggiormente colpito, con circa 87 milioni di minori coinvolti, mentre il 61% dei bambini che lavorano è impiegato nel settore agricolo. Dietro questi numeri si nascondono storie di povertà, esclusione e mancanza di opportunità. Bambini impiegati nei campi, nelle miniere, nelle fabbriche, nei mercati informali delle grandi città. Minori che abbandonano la scuola per contribuire al reddito familiare e che spesso rimangono intrappolati in un ciclo di vulnerabilità destinato a perpetuarsi nel tempo.
Ad essere coinvolti nel lavoro minorili non sono soltanto i Paesi più poveri del pianeta. Siamo infatti abituati a ad associare il lavoro minorile a contesti lontani dal nostro quotidiano, la realtà è che la questione ci riguarda molto più da vicino.
Secondo l’indagine “Non è un gioco”, realizzata su circa 58 mila adolescenti, si stima che nel nostro Paese siano 336 mila i minori tra i 7 e i 15 anni che hanno avuto esperienze di lavoro. Significa che quasi un minore su quindici ha lavorato prima dell’età consentita dalla legge. Il dato più preoccupante riguarda però la qualità di queste esperienze. Tra i ragazzi di 14 e 15 anni che dichiarano di aver lavorato, il 27,8% ha svolto attività considerate dannose per il proprio percorso educativo e per il benessere psicofisico. Si tratta di lavori percepiti dagli stessi minori come pericolosi, svolti in orario notturno oppure portati avanti con continuità durante l’anno scolastico.
La legge italiana consente di lavorare a partire dai 16 anni, una volta assolto l’obbligo scolastico. L’indagine però evidenzia che quasi un adolescente su cinque tra i 14 e i 15 anni ha già avuto esperienze lavorative. Una condizione che rischia di compromettere non soltanto il rendimento scolastico ma anche le opportunità future di crescita e realizzazione personale. Gli studiosi evidenziano inoltre una forte correlazione tra lavoro minorile e dispersione scolastica. Chi lavora precocemente tende più facilmente ad allontanarsi dai percorsi educativi, alimentando quel circolo vizioso che lega povertà, esclusione sociale e minori opportunità lavorative in età adulta.
L’impatto sul Sud e la realtà della Calabria
E il Sud continua a rappresentare una delle aree più fragili sotto questo profilo. Anche in Calabria il fenomeno esiste, sebbene sia difficile quantificarlo con precisione proprio a causa della sua natura sommersa. Il lavoro stagionale in agricoltura, le attività familiari non regolarizzate, il piccolo commercio e alcune forme di lavoro informale continuano a coinvolgere minori che spesso sfuggono alle statistiche ufficiali. In territori segnati da fragilità economiche e da elevati tassi di dispersione scolastica, il rischio che il lavoro sostituisca il percorso educativo resta una questione da monitorare con grande attenzione.
Per questo il Quadro di Marrakech insiste su un approccio integrato. Non bastano controlli e sanzioni. Servono scuole accessibili e di qualità, sostegni economici alle famiglie, servizi sociali efficaci, opportunità di lavoro dignitoso per gli adulti e una rete territoriale capace di intercettare precocemente le situazioni di vulnerabilità.
Le sfide per il futuro e il richiamo alle responsabilità
Durante la conferenza di Marrakech, il Direttore Generale dell’OIL, Gilbert F. Houngbo, è stato molto chiaro: “Con il ritmo attuale non raggiungeremo l’obiettivo di eliminare il lavoro minorile entro il 2030”. Non perché manchino le soluzioni. Le strategie efficaci esistono già. Il problema è trovare la volontà politica, le risorse e la capacità di applicarle su larga scala. Il cartellino rosso evocato dalla campagna 2026 è un richiamo alla responsabilità collettiva. Perché il lavoro riguarda soprattutto il modello di società che scegliamo di costruire.













