La Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, che si celebra l’8 febbraio in memoria di Santa Giuseppina Bakhita, non è soltanto una ricorrenza liturgica, ma un richiamo puntuale alla realtà sociale della Calabria. In una terra dove l’economia agricola e le dinamiche migratorie si intrecciano spesso in nodi drammatici, la riflessione si sposta dalle statistiche globali ai volti concreti che popolano le nostre strade statali e le campagne. Quello che segue è un approfondimento che lega la denuncia delle condizioni di sfruttamento lavorativo e sessuale alla necessità di una presa di coscienza collettiva, analizzando come il fenomeno del caporalato e della coercizione stia cambiando volto, diventando sempre più invisibile e difficile da contrastare senza un impegno etico condiviso.
Le vite nascoste lungo la Statale 18
Dietro le cassette di arance e mandarini della Piana di Gioia Tauro che prendono la via dei mercati nazionali ed europei, lungo la Statale 18 e nelle strade interpoderali che tagliano come cicatrici le campagne, si muovono sagome scure in bicicletta, uomini e donne che rientrano verso baracche di fortuna o casolari abbandonati dopo una giornata di lavoro logorante. È proprio guardando a queste strade, e alle vite che le percorrono, che la ricorrenza di oggi, assume un significato che va ben oltre la ricorrenza per diventare un atto di accusa e, al tempo stesso, un appello alla coscienza civile e credente della nostra terra.
Dalla memoria di Bakhita all’invisibilità del caporalato
La Chiesa celebra in questa data la memoria di Santa Giuseppina Bakhita, la suora sudanese che conobbe sulla propria pelle il dramma del rapimento e della schiavitù. La sua figura è stata scelta per scandire la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Potrebbe sembrare un tema distante, legato a dinamiche internazionali o a rotte migratorie lontane, eppure la Calabria è uno dei palcoscenici principali di queste nuove forme di asservimento.
Non ci sono più le catene di ferro che stringevano i polsi della santa sudanese, ma ci sono i debiti contratti con i passeur, il ricatto dei documenti trattenuti, la minaccia di ritorsioni sulle famiglie rimaste in patria e la dipendenza totale da un sistema di intermediazione illecito che qui tutti conoscono col nome di caporalato. La schiavitù moderna ha cambiato volto, diventando più liquida e pervasiva: un tempo l’attenzione mediatica si concentrava esclusivamente sulle grandi tendopoli, come quella di San Ferdinando, ma oggi il fenomeno tende a frammentarsi per rendersi invisibile. L’invisibilità è l’arma più potente nelle mani degli sfruttatori: permette al sistema economico di assorbire manodopera a bassissimo costo senza che la società civile debba fare i conti con il volto umano di chi raccoglie quel frutto.
La ferita della tratta sessuale e l’appello del Papa
Papa Francesco, con parole che risuonano come un monito severo per le nostre comunità, ha più volte ricordato che «la tratta di persone è una ferita aperta nel corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne di Cristo». Questa ferita sanguina proprio qui, a pochi passi dalle nostre parrocchie e dalle nostre case. Accanto allo sfruttamento lavorativo, che rappresenta la spina dorsale di un’economia agricola spesso strangolata a sua volta dalle logiche della grande distribuzione, esiste il dramma della tratta a scopo sessuale.
Anche in questo caso, le strade statali della Calabria jonica e tirrenica diventano teatro di una mercificazione del corpo che coinvolge ragazze sempre più giovani, spesso connazionali di Bakhita, ingannate con la promessa di un futuro dignitoso e finite sui marciapiedi delle nostre periferie. È una violenza doppia, che umilia la donna e interroga profondamente la nostra capacità di indignarci. È una questione antropologica che interpella la fede: non è possibile pregare il Dio della vita e tollerare che la vita del prossimo sia ridotta a merce di scambio.
Oltre l’assistenzialismo: la sfida della consapevolezza
La risposta della Chiesa locale e delle associazioni di volontariato, in questi anni, non è mancata. Dalle unità di strada della Caritas ai progetti di accoglienza diffusa, fino al supporto legale per chi trova il coraggio di denunciare i propri aguzzini, esiste una rete di protezione che cerca di ricucire gli strappi di questa umanità dolente. Tuttavia, l’assistenzialismo da solo non basta più, occorre un salto di qualità nella consapevolezza collettiva. Celebrare Santa Bakhita in terra di Calabria vuol dire riconoscere che l’economia non può essere separata dall’etica e che ogni volta che acquistiamo un prodotto sottocosto, stiamo implicitamente accettando le condizioni inique che lo hanno generato.
Passata la ricorrenza dell’8 febbraio, non dobbiamo permettere che il sipario cali nuovamente su queste esistenze sospese, la sfida pastorale e civile è invece quella di mantenere lo sguardo fisso sulla realtà, rifiutando la cultura dello scarto. Santa Giuseppina Bakhita, che da schiava divenne libera “figlia di Dio”, ci ricorda che nessuno è condannato per sempre alla propria condizione di partenza. Ma affinché questa liberazione avvenga oggi, serve che la comunità cristiana e civile calabrese smetta di considerare questi lavoratori come braccia necessarie ma invisibili, iniziando a riconoscerli come fratelli, portatori di diritti inalienabili e di una dignità che nessuna logica di profitto può cancellare.













