L’esplorazione spaziale contemporanea attraversa una fase di profonda transizione, segnata dall’ingresso di capitali privati e da nuove dinamiche geopolitiche che ridisegnano le tempistiche delle principali agenzie internazionali. A differenza della polarizzata corsa allo spazio degli anni Sessanta, l’attuale panorama del 2026 si presenta frammentato e complesso. Mentre gli Stati Uniti affrontano una serie di ostacoli tecnici che impongono continui rinvii al programma lunare Artemis, la Cina porta avanti la propria tabella di marcia con regolarità, puntando all’allunaggio entro la fine del decennio. In questo scenario, le aziende commerciali assumono un ruolo centrale nello sviluppo delle infrastrutture di lancio, scontrandosi tuttavia con i fisiologici ritardi dettati dalla complessità ingegneristica. Il confronto odierno, dunque, non si limita al primato tecnologico, ma investe direttamente la definizione dei futuri quadri normativi per lo sfruttamento delle risorse e la presenza umana oltre l’orbita terrestre, richiedendo rigore analitico e tempistiche adeguate.
Da Gagarin al nuovo assetto dell’esplorazione spaziale
Novantadue anni fa, il 9 marzo 1934, nasceva a Klušino, un villaggio sperduto nell’oblast’ di Smolensk, il figlio di un falegname e di una contadina: nessuno, in quel pezzo di Unione Sovietica stremato dalla collettivizzazione forzata e presto travolto dall’occupazione nazista, avrebbe scommesso che quel bambino – terzo di quattro figli, cresciuto in una fattoria collettiva – sarebbe diventato il primo essere umano a guardare la Terra dall’alto. Jurij Gagarin completò la sua orbita il 12 aprile 1961, a bordo della Vostok 1, in 108 minuti. Morì sette anni dopo, a trentaquattro anni, nello schianto di un MiG-15 durante un volo di addestramento…la sua vita fu brevissima, la sua impronta incancellabile. Se oggi si torna a parlare di Luna con una frequenza che richiama gli anni dello sbarco, è anche perché
quell’impronta continua ad essere percepita come un mito, un modello da replicare.
I ritardi di Artemis e le difficoltà tecniche della NASA
La corsa allo spazio del 2026, però, non somiglia quasi per nulla a quella del 1961: la prima, infatti, fu un duello tra due superpotenze, combattuto a colpi di propaganda e di missili balistici riconvertiti. Quella di oggi è una partita molto più affollata, in cui accanto alle agenzie governative si muovono imprenditori privati, fondi di investimento e alleanze geopolitiche che attraversano continenti. E soprattutto, è una partita in cui nessuno sembra avere davvero il controllo dei tempi, lo dimostra, meglio di qualsiasi analisi, la vicenda di Artemis II, ossia la missione della NASA che dovrebbe riportare un equipaggio nelle vicinanze della Luna per la prima volta dal 1972 – quattro astronauti, tra cui la prima donna e la prima persona di colore a raggiungere lo spazio profondo – era prevista per febbraio 2026. Una prova generale del conto alla rovescia, il cosiddetto wet dress rehearsal, ha però subito un arresto per una perdita di idrogeno liquido, lo stesso problema che aveva afflitto il lancio non equipaggiato di Artemis I nel 2022. Una seconda prova, il 19 febbraio, è riuscita, ma due giorni dopo i tecnici hanno scoperto un’anomalia
nel flusso di elio verso lo stadio superiore del razzo. Il veicolo è stato riportato nell’edificio di assemblaggio e così la data di lancio è slittata ad aprile.
Chi segue il programma spaziale americano da qualche anno ha ormai familiarizzato con questo schema: annunci ambiziosi, poi rinvii, poi nuovi rinvii. La ristrutturazione annunciata il 27 febbraio dall’amministratore della NASA, Jared Isaacman, ha fatto emergere ulteriori elementi: Artemis III, che nelle intenzioni originali avrebbe dovuto riportare gli astronauti sulla
superficie lunare, non atterrerà più sulla Luna. Diventerà invece una missione di prova in orbita terrestre bassa, nel 2027, per testare il rendez-vous e l’aggancio con uno o entrambi i lander commerciali sviluppati da SpaceX (società di Elon Musk) e Blue Origin (società di Jeff Bezos). Il primo allunaggio con equipaggio è stato spostato ad Artemis IV, non prima del 2028. «Quando si riscontrano gli stessi problemi tra un lancio e l’altro, probabilmente bisogna guardare da vicino il proprio processo», ha ammesso Isaacman durante la conferenza stampa al Kennedy Space Center. Il riferimento era ai difetti ricorrenti del razzo SLS, ma la frase aveva una portata più ampia: era l’ammissione che la strada per la Luna è più lunga e accidentata di quanto la narrativa ufficiale lasci intendere.
I progressi di Pechino e il ruolo dei privati
Dall’altra parte del Pacifico, la Cina procede con una cadenza diversa: l’11 febbraio 2026, dalla base di Wenchang, sull’isola di Hainan, è stato eseguito con successo un test molto
importante, il lancio di un prototipo del primo stadio del nuovo razzo pesante Long March 10, con a bordo la capsula Mengzhou. Lo stadio del razzo è poi rientrato con un ammaraggio controllato, una prima assoluta per il programma spaziale cinese e un passo importante verso la riusabilità dei lanciatori. Pechino punta a far atterrare i propri astronauti sulla Luna entro il 2030 e, a giudicare dalla sequenza di test condotti nell’ultimo anno – dal motore YF-100K alla verifica di decollo e atterraggio del lander Lanyue – la tabella di marcia viene rispettata con una regolarità che a Washington non può che generare qualche inquietudine.
Nel 2025, la Cina ha superato i novanta lanci orbitali in
un solo anno, un nuovo record nazionale. Gli investimenti nel settore spaziale commerciale cinese, sia afferenti fondi pubblici e privati, sono passati da 340 milioni di dollari nel 2015 a circa 3,81 miliardi nel 2025. E quando la Stazione Spaziale Internazionale verrà dismessa, attorno al 2030, la Tiangong resterà l’unico avamposto umano permanente in orbita terrestre. In mezzo, tra i programmi governativi e le ambizioni nazionali, si muovono i privati con una velocità che a tratti supera quella delle agenzie statali. SpaceX si prepara al
volo numero 12 di Starship, il primo della variante V3, con i nuovi motori Raptor 3 che dovrebbero quasi raddoppiare la spinta rispetto alla prima generazione e portare in orbita bassa più di cento tonnellate di carico. Alla fine di febbraio 2026, la compagnia di Elon Musk aveva già completato ventisei missioni Falcon 9 dall’inizio dell’anno, al ritmo di circa un lancio ogni due giorni e mezzo. Nel frattempo, da Starbase in Texas fino a Cape Canaveral in Florida, procedono i cantieri per nuove rampe di lancio e per le gigantesche strutture di assemblaggio chiamate Giga Bay, un’infrastruttura industriale, prima ancora
che spaziale, che non ha precedenti. Ma l’ambizione non coincide sempre con la realtà: nel 2024, la responsabile dello stabilimento di Starbase aveva annunciato l’obiettivo di venticinque lanci Starship per il 2025, invece ne sono stati effettuati cinque. Il passaggio dalla versione Block 2 alla Block 3 ha imposto una pausa nelle operazioni di lancio e la NASA, che ha scelto Starship come sistema di atterraggio lunare per il programma Artemis, attende ancora che SpaceX dimostri l’effettiva capacità di rifornimento in orbita, un requisito indispensabile per raggiungere la Luna.
Normative internazionali e diplomazia spaziale
Il punto, però, va oltre le questioni tecniche…la nuova corsa allo spazio è anche, e forse soprattutto, una questione di regole. Chi arriverà per primo stabilirà i precedenti: le zone di sicurezza, i diritti di sfruttamento delle risorse, le norme sulla presenza permanente. Gli Artemis Accords promossi dagli Stati Uniti e la International Lunar Research Station voluta dalla Cina con una trentina di partner internazionali sono, di fatto, due visioni diverse
dell’ordine spaziale futuro. La Luna, in questo senso, rischia di diventare il prossimo teatro della diplomazia dei non allineati al fronte occidentale, con i Paesi del Sud globale corteggiati da entrambi i blocchi.
Il fattore tempo nel ritorno sulla Luna
Gagarin partì su un razzo che era, sostanzialmente, un missile balistico intercontinentale adattato per portare un uomo nello spazio. Il viaggio durò meno di due ore, non era previsto che pilotasse: i comandi erano bloccati, perché nessuno sapeva come il corpo umano avrebbe reagito alla microgravità. Alla fine della sua esperienza nello spazio rientrò lanciandosi con il paracadute dalla capsula, a settemila metri di quota, come stabiliva la
procedura. Tutto era essenziale, quasi rudimentale, mentre oggi si progettano reattori nucleari da installare al polo sud lunare, stazioni spaziali commerciali, città autosufficienti su Marte. La tecnologia è incomparabilmente più avanzata, ma la Luna, la stessa Luna che Gagarin vide dal suo oblo, resta a poco più di tre giorni di viaggio, e nessun essere umano l’ha più calpestata dal dicembre 1972. Lo spazio non si conquista con gli annunci, né con le
scadenze elettorali, né con le promesse dei consigli di amministrazione. Si conquista
con la pazienza, la competenza e la disponibilità ad accettare che le cose richiedano il tempo che richiedono. Il figlio del falegname di Klušino non aveva fretta, ma era preparato, e 108 minuti gli bastarono per cambiare la storia.













