Drammaturgo, regista teatrale e instancabile animatore culturale, Oreste Arconte rappresenta una memoria storica e una voce vitale per il teatro in Calabria e a Gallico in particolare. Già direttore responsabile del mensile Nuovo Giangurgolo e fondatore della compagnia La Bottega Teatrale di Giangurgolo, Arconte ha dedicato la sua vita a trasformare il palcoscenico in uno spazio di incontro, di denuncia e di profonda analisi interiore. In questa intervista ripercorriamo la sua lunga carriera, il legame viscerale con la maschera calabrese di Giangurgolo e la sua visione del teatro come strumento di riscatto sociale e culturale, specialmente per i giovani del nostro territorio.
Oreste, cosa rappresenta per lei il teatro oggi, in una società dominata dalla comunicazione digitale?
Il teatro, in questa epoca digitale, conserva ancora tutta la sua bellezza creativa, di intelligenza, di arte, di comunicazione. Il teatro è forza, è presenza fisica, è socializzazione. L’attore sul palcoscenico o tra il pubblico fa vivere i personaggi con la sua fisicità fatta di carne e di sangue. L’attore, con la sua voce nelle varie sfumature e colori, trasmette al pubblico emozioni, desideri, aspirazioni, debolezze e paure. Tutto questo mondo interiore, spirituale ed emotivo, la comunicazione digitale non lo potrà mai trasmettere. Una macchina non ha anima, perciò non potrà mai emozionare. Il teatro non è finzione, o meglio, nella sua finzione il teatro è vero, è vivo, è umano.
Quando è nato il suo legame con il palcoscenico?
Avevo 14 anni quando, all’ombra del Santuario della Madonna della Grazia, Pino Santoro, detto “il Professore”, riunì un gruppo di ragazze e ragazzi di Gallico e fondò il Gruppo d’Arte Drammatica “Salvatore Gallo”. Era il 1965 e per quell’epoca fu un fatto quasi rivoluzionario, che segnò per sempre la mia passione per il teatro. Nel 1976, con i giovani dell’Azione Cattolica di S. Biagio V.M., ho fondato il Gruppo Teatro Libero Gallicese e nel 1979 la Settimana Teatrale a Gallico. Nel 1988 è nato il Premio Nazionale “Giangurgolo” per Testi Teatrali Inediti in Lingua e in Vernacolo Calabrese, che ha avuto come presidente lo scrittore Saverio Strati. Nel 1985 è nato il Mensile Giangurgolo, supplemento del Corriere di Reggio; nel 1992 l’Associazione Culturale “Nuovo Giangurgolo”, con cui ho rilanciato il mensile omonimo e fondato la Compagnia “La Bottega Teatrale di Giangurgolo”. Dal 2008 al 2016 ho poi frequentato i Laboratori Teatrali della Federgat a Fognano (RA) e i Teatri del Sacro a Lucca, sotto la guida di maestri di fama internazionale e finanziati dalla CEI.
Il teatro le ha insegnato qualcosa che prima non conosceva di sé?
Il teatro è una potente medicina per chi lo fa e per chi lo ascolta. Esso scava dentro come la goccia nella pietra e dall’inconscio fa emergere pezzi di personalità che altrimenti rimarrebbero per sempre sconosciuti a noi stessi. Il teatro aiuta a rispondere alla grande domanda: “conosci te stesso”. Ecco, il teatro pone l’attore e lo spettatore davanti allo specchio e lo costringe a guardarsi nell’animo, per migliorare se stesso e superare i propri limiti. Perciò il teatro è terapeutico, è comunicazione, irrobustisce l’autostima, rende sicuri e migliora le relazioni umane. Per questo dovrebbe diventare materia curriculare per gli studenti di ogni ordine e grado.
C’è un personaggio che ha interpretato e che le è rimasto particolarmente nel cuore?
Pur non avendolo mai interpretato, il personaggio che mi è rimasto nel cuore è Giangurgolo, la maschera calabrese della Commedia dell’Arte. Giangurgolo l’ho scoperto tra i libri di una bancarella dell’usato in via del Corso a Roma, nel 1973, durante il mio servizio militare. Il libro si intitolava “Giangurgolo la maschera calabrese” di Coriolano Martirano. Prima di allora non ne conoscevo l’esistenza, così ho fatto di tutto per diffonderlo attraverso le mie attività artistiche, culturali e giornalistiche. Giangurgolo rappresenta un capitano spagnolo. La maschera incarna il nobile decaduto, lo spavaldo, forte con i deboli e debole con i forti; sbruffone, tutto e il contrario di tutto. Contemporaneamente è servo e padrone, grande amatore, gran chiacchierone, ingordo e sempre affamato. Una maschera ironica che rappresenta, secondo me, molto bene il carattere dei reggini.
Che ruolo può avere il teatro nella crescita culturale della Calabria?
Il teatro è magia, fa rivivere la storia e i suoi personaggi al presente. In teatro si può dire tutto ciò che nella vita sociale non è permesso dire, né a se stessi né agli altri. È un potente mezzo di denuncia politica e civile, oltre che culturale. Il teatro è rivoluzionario perché parla direttamente al cuore dello spettatore e lo fa diventare un soggetto attivo, pensante, capace di valutare criticamente la realtà politica e sociale in cui vive, spingendolo a intervenire per cambiarla. Per diffondere e sostenere il Teatro Calabrese sarebbe utile, sotto l’egida della Regione Calabria, creare dei circuiti teatrali regionali con compagnie locali e mettere in scena testi di autori calabresi che raccontano il cuore, gli usi, i costumi e il dramma di un popolo antico e oggi emarginato. Compagnie che, come il Carro di Tespi, portassero gli spettacoli nei centri più periferici e montani delle cinque province. Questa esperienza l’ho vissuta tra gli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso, con grande successo, attraverso il “Teatro in Piazza” fondato dal compianto Antonio Panzarella e da don Natale Colafati.
Secondo lei, il nostro territorio valorizza abbastanza il talento artistico locale?
Noi siamo figli della Magna Grecia, il teatro è nato nella nostra terra e questo ci porta naturalmente a sentirlo come una parte di noi stessi. Ma, nonostante le grandi potenzialità artistiche che Reggio e la Calabria esprimono, da troppi anni la nostra classe dirigente e politica non si prende più cura di questa nobile e antica arte. Non la riconosce e non l’aiuta a crescere. In città abbiamo attivo solo il teatro comunale “F. Cilea” e da poco il Cinema Odeon; nel frattempo, il Teatro di Gallico dopo 25 anni dall’inizio dei lavori è ancora allo stato rustico, l’Arena Lido – ristrutturata con i fondi del Decreto Reggio – non è mai stata aperta e oggi è diventata un rudere vandalizzato, mentre il Teatro Politeama “Siracusa” è stato trasformato in un fast food. Non esiste una critica teatrale di supporto alle compagnie locali capace di farle crescere artisticamente. Non esiste un circuito stabile cittadino che metta le realtà a confronto e coinvolga il territorio e i cittadini-spettatori, dal centro alla periferia. Con Rodolfo Chirico è finito il Teatro d’Arte a Reggio, e la Scuola di Recitazione – che per anni ha formato buoni attori – ha chiuso. A Reggio ci si parla addosso senza comunicare e non si è capaci di fare rete. In questi anni, come autore e regista, con la Compagnia “La Bottega Teatrale di Giangurgolo” ho messo in scena autori e testi calabresi. Ma qui tutto è difficile, ed è ancora più difficile fare teatro senza strutture e senza aiuti. L’invidia, spesse volte, è più forte della volontà del fare. Si vive alla giornata, in un’eterna precarietà, senza punti di riferimento stabili; così tutto nasce e tutto muore, e assieme all’arte muore anche la città di Reggio.
Il teatro può diventare uno strumento di riscatto sociale per i giovani calabresi?
Il teatro è riscatto sociale, e i giovani ne sarebbero avvantaggiati e aiutati nella loro crescita e formazione socio-culturale e civile. Il teatro, oltre che arte, è soprattutto memoria: memoria individuale e memoria collettiva. Senza memoria è difficile operare nel presente e impossibile costruire il futuro. Per raggiungere questo obiettivo ho messo in scena, negli anni, la riduzione di romanzi e novelle di Saverio Strati, Corrado Alvaro e altri autori reggini e calabresi. Il teatro è identità e senso di appartenenza. Noi reggini, e specialmente i giovani, abbiamo bisogno di ritrovare le nostre origini e di riconoscere questa terra di Calabria non come una madre matrigna dalla quale scappare alla prima occasione. In questo campo il palcoscenico può fare molto per ridare fierezza ai ragazzi e farli sentire figli orgogliosi di un’antica terra ricca di arte e di cultura. Il teatro è lo strumento capace di dare alle nuove generazioni la forza e l’opportunità di ritrovare nel passato se stessi e di lottare, a testa alta, per riscattare la nostra martoriata terra.













