A 123 anni dalla sua scomparsa, la figura di Paul Gauguin continua a interrogare la critica e il pubblico. La sua biografia, segnata dall’abbandono della società borghese europea e dal successivo ritiro nelle isole del Pacifico, si intreccia oggi con una complessa eredità artistica e personale. Da un lato emerge il legame profondo e persistente con la formazione cattolica ricevuta in gioventù, evidente nella trasposizione di temi sacri sia durante il periodo bretone che in quello polinesiano; dall’altro, la recente e necessaria rilettura storica accende i riflettori sulle zone d’ombra della sua permanenza a Tahiti, caratterizzata da atteggiamenti in linea con i codici coloniali dell’epoca e dallo sfruttamento di ragazze giovanissime. L’analisi della sua figura richiede attualmente uno sguardo complessivo, capace di tenere insieme le questioni religiose sollevate dai suoi dipinti e le conseguenze reali delle sue azioni.
Le radici cattoliche e la rilettura dei testi sacri
L’8 maggio 1903 Paul Gauguin si spegneva nella sua capanna di Atuona, sull’isola di Hiva Oa, la sua figura resta uno dei nodi più intricati dell’arte moderna: pittore di Cristi gialli e di Eve polinesiane, fuggiasco dalla civiltà borghese e accusatore della Chiesa coloniale, oggi processato dalla critica per lo sguardo predatorio gettato sulle ragazze di Tahiti. La formazione cattolica resta, però, il perno da cui non riuscì mai ad allontanarsi…adolescente al Petit Séminaire diocesano di Orléans, negli anni del vescovo Dupanloup, si nutrì del catechismo che poi sarebbe riemerso nella sua pittura per tutta la vita. Nel periodo di Pont-Aven dipinse «Il Cristo giallo» e «Il Cristo verde», traducendo i calvari bretoni in un linguaggio nuovo; nella «Visione dopo il sermone» le contadine in preghiera vedono Giacobbe lottare con l’angelo dentro un campo di Bretagna, poi a Tahiti firmerà una Natività con la Madonna nera.
Il testamento spirituale e lo scontro con i missionari
Il suo testamento è del 1897, quando dipinse l’enorme tela intitolata «D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous?». Tre domande in francese su una scena tropicale: il catechismo dell’infanzia ridotto all’osso, sopravvissuto a tutti i naufragi.
Negli ultimi anni alle Marchesi ingaggiò una guerra aperta con il vescovo locale e con i missionari, infatti scrisse pamphlet anticlericali, denunciò la doppia morale dei religiosi, riempì i taccuini di accuse e di citazioni evangeliche, per morire poi in solitudine, e i missionari discussero a lungo se concedergli sepoltura cristiana.
La revisione critica contemporanea e il superamento dell’alibi del genio
La revisione critica degli ultimi anni complica molto il ritratto di Gauguin…le compagne tahitiane erano ragazzine di tredici o quattordici anni, lo sguardo del pittore obbediva ai codici coloniali del suo tempo, il paradiso primitivo era in larga parte una costruzione letteraria pensata per il pubblico parigino. Non possiamo fingere di non vederlo.
Resta da capire come tenere insieme questi frammenti…c’è il ragazzo del seminario, il pittore dei Cristi bretoni, l’amico difficile di Van Gogh nelle nove settimane di Arles del 1888, il polemista delle Marchesi e l’uomo che sfruttò la propria fama per accedere a corpi giovanissimi. Tutti convivono nella stessa biografia…forse la lezione più onesta, a 123 anni dalla morte, è accettare che l’arte di Gauguin pone domande religiose autentiche e produce ferite reali. Le due cose vanno guardate insieme, senza l’inutile alibi del genio.














Una risposta
Gauguin fu un artista assolutamente insoddisfatto della vita e dell’arte cosi come le aveva trovate… e agognando a qualcosa di più semplice e immediato sperò di trovarlo tra i primitivi…ciò che chiamiamo arte moderna nacque da questa insoddisfazione e il suo ideale artistico diede vita al primivitismo…per folle che può apparire a prima vista questo movimento fu un tentativo concreto di uscire dal vicolo cieco in cui gli artisti erano venuti a trovarsi… Gauguin fu un animo tormentato come gli artisti di quel periodo che cercavano nuove strade ritenendo che tutta la conoscenza e il tecnicismo accumulato in Europa avessero privato l’uomo del massimo dei doni..la forza e l’intensità del sentimento e la capacità di esprimerlo in forma diretta…e sentiva di dover andare via dall’Europa pervivere fra gli indigeni dei mari del Sud…come uno di loro per potersi salvare cercando uno stile che fosse realtà robusta e possente come la passione umana e sacrificò la sua vita per il suo ideale…era un uomo disperatamente solo che esprimeva la sua arte con poca speranza di essere mai compreso.