L’intelligenza artificiale penserà come noi entro il 2030? Forse…ma restano nodi da sciogliere

Intelligenza artificiale e apprendimento

L’orizzonte per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generale (Agi) viene fissato intorno al 2030, con la sanità, in particolare l’oncologia e l’immunologia, in prima linea per le nuove applicazioni. È quanto emerge dalle recenti dichiarazioni di Demis Hassabis, amministratore delegato di Google DeepMind, e di Jensen Huang, a capo di Nvidia, i quali delineano un quadro di profonde trasformazioni, suggerendo alle nuove generazioni di utilizzare queste tecnologie per migliorare il proprio apprendimento. A fare da contrappeso a queste prospettive, tuttavia, ci sono i dati sui tagli occupazionali e i concreti rischi di discriminazione, recentemente evidenziati da un ampio studio universitario che ha rilevato disparità razziali nei sistemi algoritmici utilizzati dalle grandi aziende per la selezione del personale.

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L’Agi attesa per il 2030 e gli sviluppi in medicina

Quattro anni, forse cinque. È il tempo che ci separa dall’intelligenza artificiale generale – altrimenti detta Agi, cioè quella capace, almeno in teoria, di svolgere qualsiasi compito intellettuale umano – secondo la prospettiva di Demis Hassabis, amministratore delegato di Google DeepMind e premio Nobel per la chimica nel 2024: in un’intervista esclusiva rilasciata durante la conferenza Google I/O, Hassabis ha confermato la sua previsione…l’Agi è attesa intorno al 2030, anno in più, anno in meno. L’ottimismo, però, è stemperato dalla consapevolezza che restano grandi questioni aperte: la comprensione del mondo reale, la memoria persistente, la coerenza nelle risposte e l’apprendimento continuo. Per Hassabis il percorso verso macchine “davvero intelligenti” passa dalla medicina; i tempi per la scoperta di nuovi farmaci si stanno accorciando, e la priorità degli sviluppi è nel settore oncologico e in quello immunologico…chiaramente, l’obiettivo a lungo termine è quello di costruire un sistema capace di contribuire alla cura di qualsiasi malattia. E dopo l’AGI? Il capo di DeepMind ha raccontato che vorrebbe usare questi strumenti per indagare la natura della realtà, per dirimere le questioni filosofiche più importanti come quella sul significato dell’essere umano e ha aggiunto di essere impaziente di conoscere cosa costruiranno le nuove generazioni grazie ad un’Ai avanzata, perché secondo lui il gusto, il pensiero originale e la capacità di creare connessioni emotive diventeranno qualità ancora più preziose.

Il mondo del lavoro e le sfide per la formazione

Ma a proposito di giovani e formazione…anche Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, è intervenuto su questo tema con un consiglio rivolto ai genitori: in un’intervista alla rete televisiva singaporiana CNA, Huang ha detto che i ragazzi dovrebbero smettere di rincorrere discipline «a prova di intelligenza artificiale» e chiedersi piuttosto come questa tecnologia possa migliorare il loro apprendimento. Ha citato proprio il giornalismo come esempio: i migliori professionisti del settore preparano le domande delle interviste, ma soprattutto sanno ascoltare, pensare al pubblico, reagire in tempo reale. Huang ha evocato il concetto giapponese di wabi-sabi, la bellezza dell’imperfezione, per concludere che le qualità più autenticamente umane acquisteranno ancora più valore. Ha definito «pigra» la narrazione che lega l’intelligenza artificiale ai tagli occupazionali…i numeri, tuttavia, raccontano un’altra storia: oltre 80mila posti di lavoro sono stati tagliati dall’inizio dell’anno, e questa tendenza sembra destinata a crescere.

Algoritmi di selezione del personale e criticità

Una ricerca pubblicata ieri da un gruppo di studiosi delle università di Stanford, Chapman e Northeastern allunga un’ombra importante sull’uso dell’intelligenza artificiale nella selezione del personale…lo studio, il più ampio mai condotto su questo tema, ha analizzato oltre 4 milioni di candidature inviate a 156 grandi aziende, tutte filtrate dagli algoritmi della piattaforma Pymetrics, che valuta i candidati attraverso prove cognitive. I risultati mostrano disparità razziali evidenti: il 10,62% delle posizioni analizzate penalizzava i candidati afroamericani, mentre il 5,32% sfavoriva quelli di origine asiatica. I dati della ricerca si riferiscono al periodo 2018-2022 e che gli attuali strumenti di selezione basati su modelli linguistici di nuova generazione funzionano in modo diverso, ma il problema di fondo resta immutato. Dalla promessa di curare malattie alla tentazione di discriminare senza saperlo, l’intelligenza artificiale continua a presentare il suo doppio volto…l’esito, come sempre, è nelle mani di chi la governa.

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