Ho incontrato per la prima volta Gerardo Sacco nove anni fa, un sabato pomeriggio in cui, mentre la maggior parte delle persone riposavano o si dedicavano al tempo libero, lui era in azienda a lavorare. Non come quelle persone stakanoviste che non riescono a staccare mai, ma con la naturalezza di chi nel lavoro ha trovato un rifugio, un riscatto, quasi una forma di gratitudine verso la vita. Nove anni dopo ho ritrovato lo stesso sguardo, la stessa energia, lo stesso senso del dovere, la stessa dedizione incrollabile. Questa intervista è frutto di appuntamenti rimandati, telefonate interrotte e domande fatte a più riprese. Perché Gerardo Sacco resta, oggi come nove anni fa, quella persona con mille progetti in testa, che di andare in pensione non ci pensa proprio. È così da sempre, ma ancora di più dalla scomparsa della moglie.
«Da quando non c’è più, passo molto più tempo in azienda. Anna però è sempre con me: guardo le sue foto, la sento parlare, la vedo sorridere. E mi sento più sereno». Le vite vissute del maestro orafo sono state almeno sette. La vita dell’infanzia nella sua città, Crotone, segnata da difficoltà e privazioni; quella della scuola interrotta troppo presto; poi il lavoro precoce, iniziato da bambino in un laboratorio orafo, tra sacrifici e apprendistato severo. Arrivano quindi gli anni della formazione e della ricerca, seguiti dai primi riconoscimenti che ne consacrano il talento a livello nazionale. Ma è un incontro, più di ogni altro, a segnare una svolta decisiva: quello con Franco Zeffirelli. Un sodalizio che apre a Gerardo Sacco le porte del cinema e di una dimensione internazionale, cambiandone profondamente il percorso umano e professionale. In occasione dell’anniversario della nascita di Franco Zeffirelli, il maestro ricorda il suo incontro e riflette sul rapporto viscerale con la Calabria, terra di ispirazione e contraddizioni. Si rivolge, infine, ai giovani con un messaggio privo di retorica, incentrato sulla dignità e sulla resistenza.
Come ha vissuto l’incontro con Franco Zeffirelli?
«L’incontro con Franco Zeffirelli ha segnato una svolta profonda, non solo professionale ma umana. Fino ad allora mi ero sempre sentito un artigiano che lavorava con rispetto e fatica, portandomi addosso, spesso come un peso, l’etichetta di “provinciale”. Venire dalla Calabria, in certi contesti, sembrava dover essere giustificato, spiegato, quasi superato. Zeffirelli ha rovesciato completamente questa prospettiva. Mi ha fatto capire che il mondo non ha bisogno di copie, ma di voci riconoscibili. Che l’internazionalità non nasce dall’abbandono delle proprie radici, ma dalla loro profondità.
La Calabria, con la sua storia millenaria, le sue contraddizioni, la sua forza arcaica, non era un limite al mio percorso: era la mia cifra. Quando mi disse: “Lei è un matto”, non stava giudicando, ma riconoscendo il coraggio di chi non chiede permesso, di chi osa portare la propria visione oltre i confini geografici e mentali. In quel momento ho compreso che potevo parlare al mondo restando fedele a me stesso, senza tradire il luogo da cui provenivo. Anzi, era proprio quella appartenenza a rendere il mio lavoro autentico e universale.
Da lì in avanti ho smesso di sentirmi “provinciale” e ho iniziato a sentirmi responsabile: responsabile di raccontare la Calabria in modo alto, complesso, vero. Di portarne la cultura, la spiritualità, la memoria dentro un linguaggio capace di dialogare con contesti internazionali, senza semplificazioni e senza folklore. Zeffirelli mi ha insegnato che l’arte non deve piacere a tutti, ma deve essere vera. Ed è questa verità che mi ha permesso di trasformare una storia radicata in un luogo considerato periferico in un racconto capace di attraversare confini. Perché quando l’identità è forte, il mondo ascolta».
La sua arte l’ha portata nei contesti più prestigiosi del mondo, ma il suo rapporto con la Calabria è sempre rimasto forte. Le sue radici sono state una scelta o, in alcuni momenti, un vincolo?
«Il legame con la mia terra non è mai stato scontato. È stata una scelta consapevole, a volte dolorosa. Avrei potuto restare altrove, forse con meno ostacoli, ma avrei perso la mia voce. La Calabria non è stata solo il luogo da cui parto, ma la materia da cui ho tratto senso. Le radici non servono per restare fermi, ma per andare lontano. La mia storia dimostra che si può parlare al mondo partendo da un luogo considerato marginale, se si ha il coraggio di conoscerlo a fondo e di raccontarlo senza retorica.
A chi oggi sceglie di andare via non rivolgo un giudizio, ma un invito: non dimenticate chi siete. Andare via può essere necessario per crescere, ma rinnegare le proprie origini è una perdita irreparabile. Il ritorno, anche solo ideale, è sempre una forma di restituzione. A chi non può andare via e non ha mezzi voglio dire questo: la mia vita sia di monito. Studiare, imparare, è un vostro diritto. Il tempo della scuola è un tempo meraviglioso per costruire le basi dei vostri sogni. Avete la fortuna di essere nati nella terra di Corrado Alvaro e Leonida Repaci.
Ho sempre difeso le mie radici, anche quando era impopolare. Come quando realizzai la Croce di Polsi, in un tempo in cui Polsi veniva raccontata solo attraverso la mafia. Ho fatto conoscere al mondo i mosaici di San Demetrio Corone, la Cattolica di Stilo, il Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore, il Codex di Rossano, Capocolonna a Crotone, il Castello di Le Castella, Scilla, i Bronzi di Riace, la Costa Viola con Palmi e Bagnara, fino ad arrivare ai prodotti identitari del nostro territorio: il bergamotto, il cedro, il peperoncino, il finocchio di Isola Capo Rizzuto, la cipolla di Tropea, le mandorle di Amendolara».
A proposito dei giovani: lei incontra spesso studenti nelle scuole e nelle università calabresi. Qual è il messaggio che sente di voler trasmettere alle nuove generazioni?
«Ogni volta che incontro i giovani sento una grande responsabilità, perché riconosco nei loro occhi le stesse domande che avevo io: la paura del futuro, l’incertezza, la disillusione. Viviamo un tempo complesso, che promette molto e mantiene poco, e questo genera smarrimento. A loro non racconto mai una storia di successo, ma una storia di resistenza. Racconto una vita iniziata presto, senza protezioni, in cui la fatica non era un’eccezione, ma la regola. Lo faccio perché voglio che capiscano che nessun percorso autentico è facile e che la fragilità non è una colpa.
Quello che sento di dover trasmettere è il valore della dignità: la dignità di fare le cose bene anche quando nessuno guarda; la dignità di non piegarsi alle scorciatoie; la dignità di restare fedeli a sé stessi, anche quando costa. Ricordo incontri in cui ho visto ragazzi ascoltare in silenzio, non per rispetto formale, ma perché si riconoscevano in quella fatica. In quei momenti ho capito che la testimonianza vale più di qualsiasi lezione. I giovani non cercano modelli perfetti, ma esempi veri».
Maestro, lei più volte ha dichiarato che l’arte l’ha salvata.
«Devo tutto all’arte. Senza l’arte sarei un uomo mutilato. Non avendo avuto la possibilità di frequentare le scuole, ho concluso il mio percorso di studi con la quinta elementare. Solo l’arte ha dato un senso alla mia vita: senza di essa sarei stato arido, dentro e fuori». Quando ha capito che l’arte non poteva essere solo bellezza, ma anche responsabilità civile?
«Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che l’arte non potesse essere soltanto bellezza. È stata una maturazione lenta, che nasce dalla vita prima ancora che dal mestiere… Quando un’opera riesce a parlare di fragilità, di dolore, di speranza, allora smette di appartenere a chi l’ha creata e diventa patrimonio collettivo. È in quel momento che l’arte compie il suo vero compito: non consolare, ma responsabilizzare».
Parlando di arte come responsabilità civile, è inevitabile citare il Crocifisso nato dopo la tragedia di Steccato di Cutro. Cosa ha provato in quei giorni?
«Ero appena rientrato da Roma, dove avevo ricevuto il premio più importante della mia carriera artistica. La mia casa al mare è vicino a quel luogo maledetto dove sarebbe avvenuto il naufragio, non sapevo ancora nulla. A informarmi furono due amici giornalisti. Avevo organizzato una cena con i miei collaboratori, ma l’annullai immediatamente: non c’era nulla da festeggiare».
Non avrei mai voluto realizzare quest’opera. Lo dico con sincerità e con dolore. Quando accade una tragedia come quella di Steccato di Cutro, non nasce il desiderio di creare, ma il bisogno di testimoniare. È una sconfitta per tutti noi: come uomini, come società, come civiltà.
Il 26 febbraio 2023 il mare ha restituito non solo corpi, ma coscienze ferite. Novantaquattro vite spezzate, trentacinque bambini. Sogni interrotti mentre cercavano solo salvezza. Quelle immagini mi hanno colpito nel profondo, perché nella mia vita ho conosciuto cosa significhi sentirsi fragile, esposto, senza protezione. Davanti a quel dolore ho sentito che il silenzio sarebbe stato una colpa.
Come nasce, concretamente, il Crocifisso?
Senza progetto, senza strategia, quasi d’istinto. Da un disegno tracciato su una scatola di caramelle, in un momento di turbamento profondo. Ho voluto utilizzare i legni recuperati dal caicco Summer Love, l’imbarcazione naufragata: legni veri, consumati dal mare, bulloni arrugginiti, materia che porta addosso i segni della sofferenza. Nulla doveva essere nobilitato o ripulito, perché quella tragedia non va abbellita.
La figura del Cristo richiama volutamente il Santissimo Crocifisso di Frate Umile da Petralia, tanto caro alla comunità di Cutro. È un riferimento alla fede popolare, a quella religiosità semplice e profonda che appartiene alla nostra terra. La croce, però, è stata ricostruita incorporando il simbolo della Caritas, come avevo già fatto per San Francesco di Paola, perché oggi la fede non può restare solo devozione: deve diventare accoglienza, responsabilità, gesto concreto. È lì che, per me, si compie il senso del Vangelo.
Questo Crocifisso volutamente non porta la mia firma, perché non è un’opera da attribuire a qualcuno. Non è “un lavoro di Gerardo Sacco”. È un segno. Un atto di memoria. Un monito. Non consola, non abbellisce, non pacifica. Interroga. Disturba. Chiede conto a ciascuno di noi.
Abbiamo lavorato, insieme ai miei magnifici collaboratori, con rispetto e commozione, sentendo tutto il peso di quella responsabilità. Il mio desiderio è che quest’opera possa appartenere alla comunità o essere offerta come testimonianza universale, affinché resti viva la memoria e non si ripetano tragedie simili. Perché ricordare non è un esercizio del passato: è un dovere verso il futuro.













