Avvenire di Calabria

Tre discepoli di Luigi Maria di Montfort si mettono quotidianamente in ascolto di quanti bussano alla loro porta: un’esperienza inimmaginabile ai più

La missione dei padri monfortani alla Chiesa del Rosario di Reggio Calabria

Germania e Perù nel passato di due padri che, oggi, vivono in Calabria. Nello loro storie c’è il fascino di una vocazione che mette al centro l’altro

di Federico Minniti

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La missione dei padri monfortani alla Chiesa del Rosario di Reggio Calabria. Tre discepoli di Luigi Maria di Montfort si mettono quotidianamente in ascolto di quanti bussano alla loro porta: un’esperienza davvero inimmaginabile ai più.

La missione dei padri monfortani alla Chiesa del Rosario di Reggio Calabria

Entriamo di buon mattino nella Chiesa del Rosario. Si trova a pochi metri dalla redazione, ci passiamo davanti più e più volte al giorno. Spessissimo ci capita di vedere tanta gente che alla spicciolata sale i gradini e si tuffa in uno spazio di assoluto silenzio totalmente contrastante col traffico che c’è all’esterno. L’edificio si trova tra scuole e palazzi istituzionali, avvolta in un triangolo di spiritualità con la Chiesa degli Ottimati e la rettoria di Gesù e Maria, tutti racchiusi in un isolato. Tantissime delle persone che entrano finiscono a tu per tu coi padri monfortani che animano pastoralmente quella chiesa. Si tratta di padre Domenico Filardo, padre Francesco Agliardi e padre Paolo Andreoletti. Appena si conclude la messa ci infiliamo in sagrestia: c’è già la fila per confessarsi. Presto detto che la “nomea” che anticipava il nostro incontro coi padri monfortani è confermata: per tutti sono i confessori di Reggio.


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Il rettore della Chiesa del Rosario è padre Domenico Filardo. Dei tre monfortani è l’unico calabrese, originario di Melicucco - nella Piana di Gioia Tauro - da dove poco più che adolescente partì per la Germania per fare l’operaio come i suoi fratelli. Una storia simile a quella di tante altre famiglie calabresi costrette a cercare fortuna altrove. «San Luigi di Montfort? Non sapevo neanche chi fosse fino ai trent’anni», ci dice. Tornò dalla Germania perché in paese un suo ex compagno di scuola «si faceva prete». Il giovane Domenico si fece coraggio e gli chiese di fargli fare un’esperienza vocazionale. Fu allora che conobbe i monfortani: quell’amico prete, diventò un confratello, e adesso condividono l’esperienza a Reggio Calabria: è padre Domenico Seminara, guida dei monfortani in riva allo Stretto. Prima di riavvicinarsi a casa, però, padre Domenico Filardo ha girovagato l’Italia con sei anni da parroco ai Quartieri Spagnoli, zona borderline di Napoli.

Padre Francesco Agliardi, il monfortano dei tre intervistati con più anni alle spalle a Reggio Calabria (ben otto), è stato missionario in Perù: un’esperienza di nuova evangelizzazione nelle Ande dove ha conosciuto “frontiere” pastorali lontanissime da quelle europee. Un Vangelo messo tra le mani di laici e religiosi con suore a celebrare battesimi, matrimoni e funerali. Di quell’esperienza conserva la capacità visionaria della Chiesa: camminare insieme, senza apicali o leader. «Aiuta a comprendere quanto siamo peccatori noi sacerdoti. Solo conoscendo le nostre miserie umane - dice padre Agliardi - possiamo metterci in ascolto degli altri senza avere alcun pregiudizio».

Infine, padre Paolo Andreoletti è in riva allo Stretto da sei mesi. È il jolly del gruppo e, spesso, si divide nel supporto ai parroci della zona, in particolare alla vicinissima Cattolica dei Greci. Anche lui è bergamasco, come padre Agliardi, ma ha vissuto a pieno la tragedia del coronavirus, nella città che più di tante altre ha subito con violen- za la prima ondata. Nelle sue parole, però, c’è solo spazio alla speranza. Al rimettersi in cammino: si occupa, nello specifico, dei percorsi di consacrazione monfortana: «Chi si accosta a noi è già in ricerca di Dio. Gran parte del lavoro lo hanno fatto loro, in questo rapporto dialogico col Signore. Noi dobbiamo essere bravi a fargli riscoprire le promesse battesimali. Tutti siamo chiamati a essere sacerdoti, re e profeti».


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«Quando mi dissero che la mia missione a Reggio Calabria era di essere “solo” un confessore, lo ammetto mi sono messo a ridere », ci confida padre Filardo abituato alla pastorale di strada coi ragazzi difficili all’ombra del Vesuvio. «Mi sono dovuto ricredere: non passa giorno in cui tantissima gente non bussi alla nostra porta per accostarsi al Sacramento della Confessione». «Si tratta di un ministero molto complicato, - esclama padre Agliardi - ma bellissimo: la gente che viene ha bisogno di farsi ascoltare. Sono stati anni complicati. Prima il Covid, adesso la guerra in Ucraina: le persone sono scosse e cercano rifugio nella fede». «Alla fine dobbiamo solo comportarci da cristiani - conclude padre Paolo Andreoletti - ed è la sfida che ci lancia san Luigi Maria da Montfort, il nostro fondatore. Sin dal ‘700 si era accorto che la vita sulle orme del Vangelo si faceva sempre più rara e faticosa. Non diciamo che sia facile, ma siamo sicuri che sia bellissima. Dobbiamo provare a fare un’esperienza comune».

Quando usciamo dal cancello sentiamo l’andirivieni del centro risucchiarci. Alle spalle lasciamo un silenzio mistico che fa bene all’anima. Da oggi capiamo, di più e meglio, quanti sgattaiolano dalla trafficatissima via Aschenez varcando il portone in legno della bellissima Chiesa del Rosario.

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