2 giugno, parla Pino Aprile: «L’Italia, una Repubblica fondata su troppi divari»

Il giornalista e scrittore, meridionalista convinto, analizza le disuguaglianze e provoca: «Solo la secessione del Sud può cambiare le cose»

Settantanove anni dopo il referendum del 2 giugno 1946, l’Italia celebra la nascita della Repubblica tra luci e ombre. I princìpi di uguaglianza e giustizia sociale, proclamati dalla Costituzione, appaiono ancora oggi lontani dalla piena realizzazione, specialmente nel Mezzogiorno. Lo sottolinea con forza Pino Aprile, voce critica del meridionalismo, in questa intervista esclusiva. Ecco la sua denuncia e la provocazione.

Italia, 79 anni dopo il referendum del 2 giugno quale Repubblica? Parla Pino Aprile

In occasione della festa della Repubblica, che ogni anno celebra i valori fondanti dell’Italia democratica e repubblicana, abbiamo voluto interrogarci sul senso reale di questa ricorrenza. A quasi ottant’anni dalla nascita della Repubblica, è lecito chiedersi se i princìpi di unità, giustizia sociale e uguaglianza siano stati effettivamente realizzati o se, al contrario, restino solo affermazioni formali, spesso smentite dalla realtà quotidiana di molti cittadini, in particolare nel Mezzogiorno.



Ne parliamo, senza retorica, con Pino Aprile, giornalista e scrittore, da anni voce scomoda e lucida del meridionalismo contemporaneo.

La festa della Repubblica è celebrata ogni anno come simbolo di unità e democrazia, ma a quasi ottant’anni dalla sua nascita possiamo davvero affermare che abbia mantenuto la promessa di uguaglianza?

No, e mi dispiace dirlo. Perché, al di là delle apparenze e – fortunatamente – di alcuni progressi reali nell’istruzione e nella sanità, il passaggio alla Repubblica ha garantito maggiore libertà e partecipazione, ma non ha trasformato la struttura profonda del Paese. L’Italia è rimasta quella di prima: un Paese costruito duale, cioè con una parte che usa come colonia interna un’altra parte: il Nord che sfrutta il Sud. Questa era la chiave dello sviluppo della civiltà-economia- industriale, ma nel 1800 questo sistema fu copiato dalla Gran Bretagna… nel terzo millennio è terribilmente anacronistico. Su questo l’Italia si romperà, si dividerà.

Ascolta l’episodio del Podcast Good Morning Calabria con Pino Aprile?️?

Non è concepibile che, passando dal Regno alla dittatura fascista alla Repubblica, il sistema di potere reale non sia mai cambiato. Solo così si spiega che la sola Lombardia, circa l’8% del territorio nazionale, abbia – a spese con le tasse di tutti gli italiani, quindi anche dei meridionali – più corse di treni di tutte e sette le regioni del Sud messe insieme. L’alta velocità ferroviaria, pagata anche dai meridionali, è tutta al Nord, un po’ al Centro, e quasi niente al Sud. Questo non è un Paese.

Questo porta anche i cittadini a percepire una distanza tra i diritti garantiti e quelli realmente accessibili?

Sì, ma non è che ci voglia tanto per percepirlo. La gente nel Sud vive questo disagio e lo soffre sulla propria pelle. È una cosa conclamata, una vergogna di livello mondiale.

Perché, secondo lei, se ne parla così poco?

In Italia non se ne vuole parlare. E chi lo fa, spesso, viene ascoltato con fastidio o guardato con sospetto. Mi riferisco a chi, come me — e mi cito per ultimo, perché per fortuna esiste una nutrita schiera di grandi intellettuali che lo denuncia da anni — solleva questi temi scomodi.


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Andatevi a leggere i rapporti dello Svimez o ascoltare ciò che affermano studiosi come il professor Giannola, il professor Viesti, o ciò che scrissero i grandi meridionalisti: Saraceno, Rossi-Doria, Dorso, Salvemini, Nitti, Ciccotti, Gramsci, Fortunato, e tanti altri. Questo è un Paese diviso in due quando si tratta di diritti, ma unito solo nei doveri: tutti pagano le tasse, ma solo una parte degli italiani ne beneficia davvero. È assurdo che un cittadino del Sud debba andare al Nord per curarsi. È assurdo che, pur avendo una Costituzione che impone di rimuovere gli ostacoli alla mobilità e al lavoro, nel 2025 esistano ancora città — capoluoghi di provincia, capitali europee della cultura — nel Mezzogiorno che non sono raggiunte dal treno. E mentre accade tutto questo, il Nord pretende, con i soldi di tutti gli italiani, l’hyperloop: il treno a levitazione magnetica da 1200 chilometri l’ora. E nessuno si vergogna di tutto questo.

C’è ancora tempo per sentirsi cittadini di questa Repubblica?

Io non voglio essere cittadino di una Repubblica in cui sono trattato da cittadino di serie B. Lo sono, e sono disgraziatamente ottimista di riuscire a cambiare questo sistema coloniale. Ma ormai l’Italia è il Paese con il più profondo e duraturo divario tra due aree dello stesso Stato. È una tragedia e una vergogna internazionale. Ma perché il petrolio estratto al Sud deve risultare fiscalmente settentrionale? Perché la ricchezza prodotta al Sud deve risultare fiscalmente settentrionale? Solo perché l’indirizzo dell’azienda è a Milano e non ad Agrigento? Ma che modo è questo?

Cosa servirebbe, secondo lei, per sentirsi effettivamente parte della Repubblica?

Vorrei usare le parole di un immigrato, un profugo arrivato con un barcone, sopravvissuto al deserto e alla traversata infame del Canale di Sicilia. A Palermo trovò accoglienza, lavoro, cittadinanza, divenendo un esempio. Quando gli chiesero: «Qual è il tuo Paese?», rispose: «Quello che mi accoglie alla pari ». C’è una definizione di cittadinanza, credo di Renan, che dice: «Il mio Paese è quello che non mi impone di subire o di imporre mortificazioni». L’Italia obbliga i meridionali a subire mortificazioni e i settentrionali a mortificare i loro concittadini. Non è un Paese.

Le disuguaglianze possono essere misurate? Quali sono le conseguenze?

Sì, il metro si chiama coefficiente di Gini. Va da 1 a 100. Quando le disuguaglianze superano quota 40, storicamente vengono ridotte solo con la violenza: terrorismo, colpi di Stato, guerre civili. Il sangue. Il Paese al mondo più vicino a quel livello è l’Italia. E invece di ridurle, si vuole l’autonomia differenziata, per aumentarle. Stanno giocando con il fuoco. L’unica speranza è che l’Italia riesca a dividersi in modo incruento, come la Cecoslovacchia. Altrimenti, rischiamo di vedere scorrere il sangue.

Che ruolo possono avere i giovani in questo scenario?

Intanto, un consiglio: non informatevi sull’Italia leggendo i libri di storia italiani o guardando la televisione italiana. Leggete i giornali stranieri, la storia scritta fuori. Ascoltate re Carlo che ha ricordato che l’unità d’Italia l’hanno fatta gli inglesi. Ma noi ancora raccontiamo ai nostri studenti la fiaba ridicola di Garibaldi, soldato della massoneria britannica, che con mille scappati di casa avrebbe sconfitto un esercito addestrato di centomila uomini. Facciamo ridere i polli.

C’è qualche esempio positivo da segnalare?

Per fortuna c’è chi racconta le cose come stanno, anche pagando un prezzo. Due sociologi, Valentina Cremonesini e Stefano Cristante dell’Università del Salento, hanno monitorato per trent’anni l’informazione italiana: Tg1, Corriere della Sera, Repubblica. Risultato? Il Sud – che è il 41% del territorio e il 34% della popolazione – occupa solo il 9% del tempo di informazione sulla Rai. E quel 9% è quasi tutto mafia, malasanità, corruzione. Se due trentenni, uno della Valtellina e uno dell’Aspromonte, per trent’anni vedono i meridionali descritti così, penseranno che siano davvero così. È un Paese malato di mancanza di verità.

Il suo ultimo libro si intitola «Meglio soli». Di cosa parla?

Nel libro che abbiamo scritto a quattro mani con Luca Antonio Pepe, raccontiamo come l’Italia, per forza di gravità – le ingiustizie pesano – sia prossima a dividersi. La secessione del Sud lo renderebbe il settimo Stato per popolazione e grandezza dell’Unione Europea. E finalmente i meridionali saranno liberi dalla condizione coloniale in cui sono stati ridotti 164 anni fa. Poteva nascere un grande Paese. Hanno creato una colonia.

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