Nell’architettura del complesso sistema giudiziario penale, quando si parla di esecuzione penale esterna si intende una serie di misure restrittive attenuate della libertà personale rispetto alla detenzione in carcere, sia della persona indagata, sia della persona imputata, sia della persona definitivamente condannata a una pena detentiva con sentenza passata in giudicato.

Uno dei diversi motivi che sottende la ratio della norma che disciplina il beneficio delle misure alternative al carcere è il reinserimento sociale del reo, principio cardine della riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975. In perfetta sintonia con i principi costituzionali, l’introduzione di questa novità legislativa tende a migliorare le condizioni di vita dei detenuti e a diminuire la distanza tra carcere, società libera e famiglia di appartenenza della persona ristretta in carcere.
PER APPROFONDIRE: La pena fuori dal carcere: ripartire da dove si sbaglia
Tale aspetto può essere considerato non solo secondo l’ordinamento giuridico e la società civile, ma anche dalla comunità ecclesiale, in particolare dalla stessa Chiesa diocesana. Il rischio che corre una persona ristretta in carcere è l’isolamento non solo dalla società e dalla famiglia, ma anche dalla propria comunità parrocchiale.
La pastorale penitenziaria, infatti, non è diretta ai soli detenuti, che sono i primi destinatari i quali, in piena libertà, ricevono assistenza spirituale, morale e materiale, ma dovrebbe comprendere anche le famiglie dei detenuti che, fuori, vivono la stessa situazione di sofferenza per avere un proprio congiunto in carcere. In una cosiddetta pastorale integrata dovrebbe essere l’intera famiglia cristiana a farsi carico della sofferenza di un proprio figlio lontano dagli affetti familiari e che vive il dramma della solitudine.
Oltre alla solitudine dovuta alla lontananza, il rischio che corre il detenuto, e che a volte fa ancora più male, è quello dell’indifferenza. Ai detenuti di nazionalità italiana si aggiungono, inoltre, i numerosi carcerati di nazionalità straniera che, molte volte, non hanno proprio nessuno che si prenda cura di loro. In questa situazione di notevole disagio e di isolamento, il cappellano, insieme ai volontari, rimane sicuramente una figura di riferimento. Pertanto, come la comunità ecclesiale, presente in una diocesi o in una parrocchia, potrebbe prendere parte attiva al reinserimento sociale di una persona ristretta in carcere? Innanzitutto creando e favorendo una mentalità cristiana che abolisca le sbarre del pregiudizio nei confronti di coloro che hanno vissuto la triste esperienza della carcerazione e che, molte volte, vengono messi alla berlina dalla società civile.

Questo limite è manifesto quando, per esempio, un ex detenuto che ha scontato la propria pena in carcere, animato da tanta volontà di riprendere a vivere, da persona libera, una vita dignitosa, incontra serie difficoltà nell’inserimento nel mondo del lavoro, che dipende proprio dalla fiducia che gli viene accordata da coloro che avrebbero dovuto preparare il suo reinserimento nella società civile. La speranza del detenuto si fonda, infine, sulla rimozione, nella coscienza comune, di quell’«ex» che rischia di rimanere impresso sulla sua pelle per tutta la vita.
* cappellano carcere Arghillà













