L’ultima edizione del Festival di Sanremo si è conclusa confermando alcune dinamiche consuete della kermesse, tra le abituali discussioni sui verdetti e l’analisi dei brani in gara. Il bilancio evidenzia un ritorno a una dimensione musicale più sobria, caratterizzata da una minore presenza di elementi legati allo spettacolo televisivo a favore di testi più intimi, spesso incentrati sui legami familiari e sulle figure materne. Al netto delle opinioni sulle canzoni, l’evento ha registrato la vittoria di Sal Da Vinci, che rappresenterà l’Italia al prossimo Eurovision Song Contest. Inoltre, ha segnato un momento di transizione organizzativa per l’azienda di viale Mazzini, con l’annuncio in diretta televisiva del passaggio di conduzione da Carlo Conti a Stefano De Martino per le edizioni future.
Il passaggio di testimone alla conduzione
Cosa ricorderemo di questo Sanremo? Ogni anno ripetiamo le stesse frasi: è stato un Festival piatto, poco emozionante, con canzoni che difficilmente resteranno. Un po’ come quando a Capodanno archiviamo l’anno appena finito come un disastro e carichiamo di aspettative quello che verrà. Eppure, anche questa volta, qualcosa è successo. Questo Sanremo sarà ricordato prima di tutto per un passaggio di testimone. Carlo Conti, al termine della finale, ha annunciato in diretta di lasciare il timone a Stefano De Martino. Un momento che ha segnato uno dei rari casi di consegna pubblica del Festival in mondovisione. Una scelta che il direttore del Prime Time Rai, Williams Di Liberatore, ha definito frutto di “una progettualità precisa”, sottolineando come la decisione fosse già stata condivisa ai vertici aziendali. Un segnale chiaro di continuità e rinnovamento.
La scelta di De Martino non è passata inosservata e la stampa ha ironizzato sulla sua definizione enciclopedica. Durante la conferenza stampa finale, il giornalista Piero Degli Antoni del Quotidiano Nazionale ha fatto notare come su Wikipedia De Martino sia definito “conduttore, ballerino, showman”, ma non certo esperto musicale. «Vi volevo suggerire di telefonare Wikipedia perché alla voce Stefano De Martino c’è scritto conduttore, ballerino, showman, sicuramente c’è stato un errore perché ha una grossa competenza musicale che probabilmente Wikipedia ha ignorato… si era parlato anche di Elisa ma in fondo Elisa è una cantante che canta solo da 25-30 anni, non era adatta» ha chiosato. Ironia che ha acceso il dibattito, mentre Di Liberatore parlava di “un momento molto sentito e toccante” per l’azienda e per i protagonisti, ribadendo la volontà di valorizzare le qualità di “mattatore e showman” di De Martino, affiancandolo a un team di supporto.
Un Festival più sobrio e personale
Dal punto di vista musicale, il Festival è stato percepito da molti come misurato, quasi austero, a tratti perfino privo di slanci. Eppure proprio questa sobrietà ha segnato una scelta precisa: restituire centralità alla canzone.
È stato anche, e forse soprattutto, il Festival degli omaggi a figure che hanno fatto la storia della kermesse, a partire da Pippo Baudo e Peppe Vessicchio, scomparsi di recente, ricordati con commozione. Un altro omaggio ha riguardato quello ad Ornella Vanoni “è il momento di ricordare una meravigliosa, straordinaria protagonista”. Un tributo particolarmente toccante è stato dedicato a Ornella Vanoni. “È il momento di ricordare una meravigliosa, straordinaria protagonista”, con queste parole Calrlo Conti ha introdotto, durante la seonda serata, Camilla Ardenzi, nipote di Ornella Vanoni. Camilla Ardenzi si è esibita cantando, in un duetto virtuale con la nonna, Eternità, la canzone portata al Festival da Ornella Vanoni nel 1970.
Durante la serata delle cover, l’omaggio alla cantante è proseguito con l’esibizione di Michele Bravi che, insieme a Fiorella Mannoia, ha interpretato Domani è un altro giorno, restituendo al pubblico la profondità emotiva di una voce che ha segnato la storia della musica italiana e che si è spenta lo scorso 21 novembre.
Ma gli omaggi non si sono fermati alla memoria. Sul palco dell’Ariston Carlo Conti ha consegnato a Mogol un premio speciale per la sua prima canzone depositata il 2 febbraio 1960, “Precipito!”. Un gesto simbolico che ha legato la storia della musica italiana alla storia stessa del Festival. È stata poi celebrata la Cucina italiana, dichiarata patrimonio dell’umanità Unesco, con una targhetta dedicata che ha ricordato come cultura e identità passino anche attraverso il cibo. E ancora, il Premio alla carriera “Città di Sanremo” è stato consegnato a Caterina Caselli, accolta con un “gigantesco, enorme grazie”, come ha detto Conti, riconoscendo il suo contributo straordinario alla musica italiana.
Il festival delle mamme
È stato poi il Festival delle mamme. Salite sul palco accanto ai figli o evocate nei testi, hanno dato alla kermesse un tono più intimo. Da Samurai Jay a Sayf, fino a Serena Brancale, che ha portato un pezzo intenso dedicato alla madre scomparsa, l’elemento familiare è emerso con forza. Con “Resta qui con me”, Serena Brancale ha affrontato l’elaborazione del lutto, mostrando le fragilità e insegnando che si possono esporre senza vergogna. Un brano che si distacca completamente dal precedente “Anema e Core” e che le è valso il Premio della Sala Stampa Lucio Dalla.
La vittoria di Sal Da Vinci e le altre premiazioni
La vittoria di Sal Da Vinci ha confermato una certezza che si era insinuata giorno dopo giorno: non troppo sorprendente, forse prevedibile, ma comunque significativa. Il pezzo con cui ha trionfato è stato definito da alcuni critici “tossico e disfunzionale”, con una melodia che – tra ironia e provocazione – verrà presto suonata nei matrimoni del Sud Italia o nelle feste radical chic. Ma ascoltando lo stesso Sal Da Vinci in conferenza stampa si coglie un altro tono: pacato, umile, che racconta semplicemente quello che per lui è l’amore. Nel testo si legge la promessa di un legame oltre ogni difficoltà. «Questa è la vittoria di un popolo, la vittoria di tutti quelli che come me hanno sempre perseverato nei propri sogni», ha dichiarato. Un’emozione sincera, pronunciata con la voce rotta, che ha trasformato la sua vittoria in un racconto collettivo.
È questa dimensione popolare, quasi identitaria, che resterà più delle polemiche sul testo. Sal Da Vinci rappresenterà l’Italia all’Eurovision, portando con sé una visione della musica come aggregazione e condivisione, “sfaccettatura di bellezza e pace nel mondo” ha dichiarato durante la conferenza stampa finale. Sul podio anche Ditonellapiaga, sorpresa ed entusiasta di un risultato che ha definito quasi irreale. «Io non mi aspettavo neanche di essere presa al Festival», ha confessato, raccontando di sentirsi «ampiamente tradita in positivo». La sua proposta elettro-pop, originale e fuori dagli schemi, è stata premiata. La canzone “Che fastidio” si è aggiudicata, infatti, il Premio Bigazzi per la miglior composizione musicale, segnando un punto importante per la presenza femminile ai vertici della classifica.
L’amore in ogni sua forma
A Sanremo il tema più trattato è stato senza dubbio l’amore. Levante ha portato una canzone delicata e autentica, definita “epidermica, che trasforma lo stato d’animo in materia: l’amore che diventa corpo, il dolore che si fa pelle, la nostalgia che pesa nello stomaco”. L’unica artista a salire sul palco con un brano di cui è anche autrice e sicuramente che avrebbe meritato un posto più alto del quattordicesimo. Fulminacci ha conquistato il Premio della Critica con “Stupida sfortuna”, una canzone d’autore che molti avrebbero voluto vedere almeno sul podio. Tommaso Paradiso con la sua “I Romantici” ci ha fatto immaginare le sere d’estate con chitarra e falo accesi. Anche Fedez, accompagnato quest’anno da Marco Masini, si è adeguato al clima di sobrietà generale. È apparso più maturo, meno polemico, con un profilo basso che ha sorpreso. “Male necessario” si è aggiudicata il Premio Bardotti per il miglior testo.
Le polemiche
Le polemiche quest’anno sono state poche. Alessandro Gassmann ha sentito il bisogno di chiarire la propria mancata partecipazione al Festival. Un suo post su Instagram, poi rimosso, aveva fatto discutere: l’attore aveva scritto che gli era stato impedito di andare a Sanremo per presentare la serie Guerrieri, in onda su Rai 1 dal 9 marzo, perché padre di un cantante in gara, parlando di “regole non uguali per tutti”.
Successivamente Gassmann ha voluto precisare: «Vorrei essere chiaro: non mi sono arrabbiato per il trattamento riservato a Gianni Morandi e a suo figlio. La loro esibizione è stata toccante». Ha spiegato che la sua presenza era stata pensata solo per promuovere la serie “Guerrieri” e che una regola legata alla parentela con un cantante in gara gli avrebbe impedito di partecipare. «Non mi sono certo auto-invitato al Festival», ha precisato, concludendo con un grande in bocca al lupo per tutti.
Anche Laura Pausini, co-conduttrice insieme a Conti, ha vissuto un momento di tensione. In sala stampa ha risposto con un velo di amarezza a chi aveva definito superficiale la sua esibizione contro la guerra con il Piccolo coro dell’Antoniano sulle note di “Heal The World”. «Non è un messaggio superficiale, col pubblico serve un messaggio corto e semplice», ha spiegato, raccontando di essersi ispirata ai monaci tibetani che cantano quel brano nei loro cammini per la pace. «Finché io per voi sarò solamente una cantante italiana che va in Sud America e non una cantante che utilizza la voce per dire delle cose, forse non vi basterà mai». Parole che hanno aggiunto un’ulteriore sfumatura emotiva a un Festival già improntato alla misura.
Forse non ricorderemo molti ritornelli. Forse nessuna canzone diventerà un tormentone generazionale. Ma ricorderemo un Festival sobrio, costellato di omaggi, meno rumoroso e più riflessivo, che ha celebrato le madri, la memoria, la pace, la tradizione e il futuro consegnato in diretta a un nuovo volto, che non è una donna ma quantomeno è un volto giovane. Perché Sanremo, è sempre Sanremo.













