Sant’Alessio in provincia di Reggio Calabria: la storia del casale nel Settecento attraverso i documenti diocesani

La chiesa dell’Annunziata in S Alessio d’Aspromonte

I documenti dell’Archivio diocesano e i registri parrocchiali dell’epoca restituiscono una cronaca dettagliata della vita nel casale di Sant’Alessio durante il XVIII secolo. Le carte evidenziano inizialmente una crescita delle vocazioni religiose, a cui fa seguito un forte calo demografico causato dalle malattie endemiche e dal disastroso terremoto del 5 febbraio 1783. L’evento sismico rase al suolo l’abitato, mietendo numerose vittime e innescando una complessa fase di ricognizione e ricostruzione gestita dai tecnici borbonici. Attraverso i puntuali resoconti della Cassa Sacra e le successive visite pastorali di fine secolo, emerge il quadro economico e agricolo del territorio, oltre alle difficoltà legate al mantenimento e al ripristino degli edifici di culto locali.

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Le vocazioni e le epidemie nel primo Settecento

La presenza di  sacerdoti e chierici, rilevata nel corso delle visite pastorali degli arcivescovi Zicari e Capobianco, mostra una crescita  delle vocazioni in S. Alessio, nei primi decenni del Settecento, e ad esse si aggiungono alcuni dati, rilevati nei documenti conservati nell’Archivio diocesano, relativi alla presenza in quegli anni tra i padri Cappuccini del Convento di Fiumara di Muro di un fra Gregorio da S. Alessio che nel 1782 risultava essere Vicario provinciale nella provincia di Reggio Calabria. Per il casale di S. Alessio gli ultimi anni Settanta del XVIII secolo furono anni difficili in quanto, come indicato nei registri parrocchiali dei defunti nel 1775 si contarono ben 34 morti dovuti a malattie endemiche con più della metà di giovanissima età ed ancora, due anni dopo, su 24 morti dell’anno ben ventuno furono le vittime tra bambini ed infanti.

Il terremoto del 1783 e l’avvio della ricostruzione

Il 5 febbraio 1783 anche S. Alessio, a causa del violento terremoto che colpì la Calabria Meridionale e il Valdemone, venne distrutto. Alto fu il tributo di vite umane e il parroco annotò nel registro dei defunti 24 vittime (15 donne e 9 uomini) morti tra le rovine delle case (4 dei Suraci, 3 dei Cannizzaro, 3 dei Furfari, 3 dei Petrolino, 1 dei Carbone, D’Amico, Romeo, Tripodi, Spalluto, Ottinà, Sofi, Scordo, Papalia, Calociuri, Jatì) specificando con una annotazione che «perirono sotto gli edifici durante il grande terremoto, a seguito del quale tutti gli edifici furono completamente distrutti e i loro corpi furono sepolti nella tomba della chiesa distrutta di Sant’Alessio e quindi l’intera popolazione non andò perduta, poiché il nostro protettore intercedette per noi».

L’economista Achille Grimaldi stimò il valore del danno in ducati 80.000. Il tributo di vittime tra la popolazione fu più pesante nei mesi successivi quando, vivendo nella precarietà di ricoveri di fortuna, nei mesi successivi si registrarono ancora 31 decessi, di cui 22 nei mesi di agosto e settembre, e l’anno successivo 42 decessi di cui la metà sempre nei mesi di agosto e settembre e il 23 agosto il parroco si trovò a celebrare i 3 funerali dei piccoli Nunnari Bruno, Francesco Romeo e Caterina Sapone. I tecnici militari borbonici inserirono S. Alessio tra i «paesi intieramente distrutti da riedificarsi ne’ siti, né quali  prima erano» e l’avvio fu lento perché dapprima si dovettero demolire le parti rovinate e successivamente disporre dei materiali per la ricostruzione.

Il calcolo della congrua e i redditi parrocchiali

Nel 1789 venne avviata, presso la Segreteria Ecclesiastica di Napoli, la pratica relativa alla «Ricostruzione della chiesa parrocchiale». In quell’anno, nel Piano delle Parrocchie elaborato dal Marchese di Fuscaldo si specificava che quella del casale di S. Alessio «è bollale nel nuovo piano della congrua che si ritrae da propri effetti» e si aggiungeva che  «il di lei parroco D. Ant.no Cancellieri ne prese possesso con bolla a di 11 dicembre 1774». Riguardo gli abitanti si indicava che il casale nel 1786 aveva n. 748 anime  che scesi poi a 684 nel 1789. Il calcolo della congrua del parroco, destinandosi a tal fine i proventi della rendita parrocchiale risultò più elevato rispetto alla media che prevedeva l’importo di cento ducati, fissandolo su 150 ducati annui e il surplus doveva essere corrisposto nella misura di ducati trentasei per il parroco di Milanese e di ducati quaranta per il parroco di Laganadi.

Come per le altre parrocchie della Diocesi, l’addetto della Cassa Sacra, Giuseppe Capialbi, nel 1787 e 1788 aveva fatta una puntuale analisi dei redditi percepiti dalla parrocchia rilevando che per i censi bollali si percepivano introiti da terreni siti nelle contrade: Sartiano (n.3), Serghi (n.2), La Granatara (n.2), La Baronessa (n.1), lo Stretto (n.1), Furfari (n.1), S. Domenica (n.1), Maramajo (n.1) e la casa di Pietro Zoccali; per i censi indistinti da terreni nelle contrade: Nasidi (n.2), Camelo (n.1), Canale (n.1), Carroli (n.1), Manuccia (n.1) oltre a cinque case. Su altri terreni il reddito era misurato facendo riferimento a quote di produzione annue variabili: da una vigna  nella ctr. Condò un terzo della produzione pari a «salme tre di mosto» (litri 90 c.); da un’altra in ctr.

Camelo, un quarto pari a «sei lancelle di vino mosto» (42 litri c.); da boschi di castagni nelle contrade Francesca, Favaro, Castalliti e Condò «18 croppoli di castagne» (kg 280 c.) per ciascuna; da quello in ctr. Cannuli «20 croppoli di castagne» (kg 22,8 c.); da boschi di querce la produzione di ghiande pari a un quarto  per quelli in ctr. S. Domenica (kg. 440 c.), ctr. Praca (kg.240 c.), ctr. Marmacia (kg. 91,4 c.), ctr. Il Vallone (kg. 160 c.); stessa proporzione per i prodotti delle «naside» nelle contrade Stimato e S. Domenica (kg. 10 c. di cereali vari). Su terreni demaniali i «diritti di quarti» si riferivano alla quantità ricavata dalla sfrondatura di gelso, di castagne e di mais prodotte su due appezzamenti in ctr. S. Biagio e su altri due nelle ctr. e Vena e Francesca. Riguardo i cosiddetti «fondi in Demanio» si faceva riferimento alla produzione periodica di un «vergheto» in ctr. Scagiuto dove, da terre aratorie si ottenevano anche «tre croppole di mischio» (misto di cereali); di un castagneto nella ctr. Francesca di cui un quarto per il beneficio di S. Anna; da due pergolati in S. Alessio e da due orti siti presso la nuova chiesa.

La visita pastorale del 1799

Sul finire del secolo XVIII, il 9 novembre 1799, l’arcivescovo fra Bernardo Cenicola giunse in visita pastorale a S. Alessio. Nell’ispezionare la chiesa ordinò al parroco D. Antonino Cancelleri di rifare, entro tre mesi, i libri dei matrimoni e dei morti che dovevano elencarsi senza lasciare spazi. La chiesa appariva in stato di abbandono e il presule ordinò che: dovevano rifarsi tetto e pavimento, doveva rifarsi la pisside per la conservazione dell’Eucarestia e la porta del tabernacolo doveva essere dotata di nuova serratura; il battistero doveva essere chiuso ogni sera e l’olio santo doveva custodirsi con cura in altro luogo; i gradoni superiori dell’altare dovevano essere rifatti; l’apparato per la deposizione dell’Eucarestia, in uso il Venerdì Santo doveva essere rifoderato all’interno e dotato di una porticina con serratura; il messale, da restaurarsi in parte, doveva essere provvisto di fascette per una comodità d’uso; dovevano farsi «il più presto possibile»  due amitti e delle nuove borse dello stesso colore delle pianete e integrarsi il tovagliato per le celebrazioni eucaristiche oltre al corredo di due corporali. Dovendosi assicurare la pulizia della chiesa per il timore che il parroco non adempisse a quanto richiesto, l’arcivescovo ordinò all’arciprete di Calanna, D. Pietro Giunta, un controllo e un rapporto scritto entro 3 mesi. (continua)

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