È un fenomeno trasversale, presente in ogni classe sociale e livello di istruzione. La differenza non la fa il ceto, ma la cultura
Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, non è solo una commemorazione, ma un appello urgente alla coscienza collettiva. A Reggio Calabria, come nel resto d’Italia, i Centri Antiviolenza sono presidi fondamentali che operano quotidianamente nell’accoglienza, nell’ascolto e nel sostegno. Abbiamo parlato di questo fenomeno, dalle sue radici culturali alle sue più recenti e inquietanti derive digitali, con Francesca Mallamaci, responsabile del Centro Antiviolenza e Casa Rifugio “Angela Morabito”.

Che significato ha il 25 novembre qui a Reggio Calabria? Per noi ha un significato profondo. Significa ricordare le donne uccise e tutte coloro che subiscono violenza, spesso in silenzio. Il fenomeno è ancora sommerso perché molte non trovano il coraggio di chiedere aiuto, bloccate dalla paura o dalla vergogna. Questa giornata è un richiamo alla sensibilità collettiva: sollecita le istituzioni, le scuole e la cittadinanza tutta a mettere da parte l’indifferenza e a promuovere relazioni basate sul rispetto, superando quella cultura patriarcale ancora molto presente. Per noi è anche il momento di rendere visibile l’impegno quotidiano di accoglienza e sostegno, un lavoro fatto con dedizione e spesso con risorse limitate.
Che segnali precoci di violenza le capita di vedere più spesso (controllo economico, isolamento, stalking…)? La violenza inizia quasi sempre in modo sottile, con comportamenti scambiati per “attenzioni”. I segnali più frequenti sono il controllo economico, uno dei più precoci e sottovalutati (il partner gestisce i soldi, invita a lasciare il lavoro); l’isolamento (critica amici e parenti per rompere la rete di sostegno della donna); e la sorveglianza, oggi amplificata dalla tecnologia (controllo del cellulare, richieste di password, localizzazione). Spesso questi atti vengono giustificati come “gelosia” o “amore”, ma sono controllo. Seguono la svalutazione, la manipolazione e la colpevolizzazione, innescando il famoso “ciclo della violenza”.
Avete notato tendenze nuove (ad es. violenza digitale, revenge porn, controllo via app)? Sì, soprattutto tra i giovani, notiamo nuove modalità digitali per le solite dinamiche di controllo. Assistiamo a cyber-molestie, doxing (diffusione di dati privati), revenge porn e, con l’intelligenza artificiale, ai deepfakes (creazione di immagini di nudo false). È in aumento il sextortion (ricatto a sfondo sessuale) e persino il cosiddetto “meta-stupro” negli ambienti virtuali: l’abuso è virtuale, ma il trauma per la psiche della vittima è reale.
La tecnologia, dai GPS ai gruppi WhatsApp, è diventata uno strumento pervasivo di controllo. C’è un profilo di rischio ricorrente o la violenza attraversa tutte le fasce sociali? La risposta è chiara: la violenza attraversa tutte le fasce sociali. Non esiste assolutamente un profilo tipo, né della donna che subisce violenza, né dell’uomo che la esercita. È un fenomeno trasversale, presente in ogni classe sociale e livello di istruzione. La differenza non la fa il ceto, ma la cultura: un modello patriarcale radicato che vede la donna come una proprietà. Anche l’aggressore non ha prototipo: può essere un professionista, un insegnante, una persona “perfetta” fuori casa. Il profilo di rischio non è sociale, ma relazionale.
Nelle relazioni tra adolescenti quali dinamiche vi preoccupano di più? Il controllo e il possesso iniziano già nelle prime relazioni adolescenziali, ma vengono pericolosamente normalizzati. La dinamica più preoccupante è l’idea che “se è geloso, vuol dire che ci tiene”. La tecnologia è il loro spazio di azione: controllo dei social, richieste di password. Vediamo una forte dipendenza affettiva e la paura di restare soli, che porta ad accettare umiliazioni, banalizzando episodi gravi (insulti, spinte) come “litigi di coppia”. Questi modelli culturali tossici, veicolati da musica e influencer, sono molto radicati.
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Quali strumenti educativi consigliate a scuole, parrocchie e famiglie per prevenire il controllo e la gelosia “normalizzata” online? L’unico vero antidoto è l’educazione. Servono percorsi di educazione affettiva e al rispetto che siano continuativi, non spot. Nelle scuole e nelle parrocchie bisogna parlare di emozioni, di consenso, di confini personali e del diritto di dire “no”. Dobbiamo insegnare che l’amore è fiducia, non possesso. Serve un’educazione digitale specifica e, soprattutto, bisogna coinvolgere i ragazzi in un dialogo sulla mascolinità positiva. Nessuno può farcela da solo: serve una rete educativa unita – scuole, famiglie, parrocchie, istituzioni e politica – che parli un linguaggio comune.













