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Scritto da Redazione
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Sabato 28 Gennaio 2012 11:38 |
La prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei
Ritorno all’essenziale
“Dio c’è ed è con noi... dunque, che cosa può succedere di così realmente drammatico e allarmante da atterrirci?”. È quanto ha affermato il 23 gennaio il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella prolusione al Consiglio episcopale permanente (Roma, 2326 gennaio). Il discorso del cardinale spazia su tematiche religiose, civili, politiche e culturali, ma nella sua parte iniziale si occupa del tema della fede popolare, “che viene espressa in maniera genuina ha affermato il presidente della Cei – in forma talora pudica ma autentica, come se il passaggio dalla sicumera e dal clima di abbondanza alla trepidazione e all’incertezza, ci riportasse all’essenziale di noi stessi e della vita, alle cose che veramente contano”. Per il cardinale, “è appena sufficiente tuttavia entrare in contatto vivo col tessuto delle parrocchie e immergerci tra la gente cosiddetta comune che lavora per vivere e ha preoccupazioni che si direbbero prosaiche e invece sono semplicemente normali per ricavarne l’impressione che ancora ci sono davvero i valori cristiani”. Crisi di fede Dopo aver ricordato le recenti parole del Papa sulla “crisi della Chiesa” che “nel mondo occidentale è crisi di fede”, il card. Bagnasco ha richiamato l’Anno della fede che inizierà l’11 ottobre 2012 e terminerà il 24 novembre 2013. Ha così ringraziato Benedetto XVI per aver voluto questo evento e per aver istituito il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Riguardo alla “crisi della fede”, ha poi notato che “sembra esistere qua e là una strana reticenza a dire Gesù, una sorta di stanchezza, uno scetticismo talora contagioso”, evidenziando al contrario “l’entusiasmo riscontrabile nei giovani” dei vari continenti, anche per le Giornate mondiali della gioventù che si stanno rivelando “un modo nuovo, ringiovanito, dell’essere cristiani”.
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Scritto da SR. Maria Grazia Pennisi
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Sabato 28 Gennaio 2012 11:24 |
La Settimana per l’unità della Chiesa
Ίνα παντέζ έν σιν καθώζ σύ, πάτερ
Un titolo che sembra quasi un ricamo o un disegno per sottolineare un evento particolare di questa Settimana 2012 che ha segnato la gioia di tanti, soprattutto quanti fra noi appartengono all’area grecanica e ammirano in modo particolare le ricchezze dell’ Oriente cristiano: ci siamo, infatti, potuti ritrovare a pregare giovedì 19 nella Chiesa Greco Ortodossa di Sbarre, inaugurata a settembre 2010.Eravamo in molti, di tutte le Confessioni presenti in città, una vera sinfonia comunionale che, con il coro ecumenico diretto da Frida Bicker, della Chiesa Evangelica Valdese, ha fatto risuonare – forse per la prima volta – l’esuberanza occidentale di battiti di mani e di tamburi nella pacata e austera solennità dell’ortodossia, mentre le melodie delle donne georgiane hanno a tutti aperto il cuore per un sovrappiù di ascolto e silenzio orante, un sovrappiù di accoglienza per queste sorelle e fratelli in Cristo, che nel Corpo Mistico sono “membra delle nostre membra” e come tali vanno accolti ed amati.In città, e in tutta la Diocesi, sono presenti due Parrocchie Ortodosse: quella Romena, in via Aschenez, con un parroco venuto appositamente dalla Romania per seguire i tantissimi romeni presenti sul nostro territorio; e questa del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli che, pur se povera di fedeli propri, fa un grande ed apprezzabile lavoro di accoglienza dei numerosissimi immigrati ortodossi originari dalla Bulgaria, dalla Georgia, dall’Ucraina e da altri Paesi dell’Est europeo che non hanno qui un sacerdote della loro nazionalità che possa seguirli e sostenerli nel loro cammino di fede. È stato perciò doppiamente bello trovarsi a pregare insieme: non solo comunione di credo all’interno dell’unico mondo cristiano, ma anche fraternità e solidarietà con questi fratelli che, con la loro semplice preghiera e la loro tenacia a non mollare o fare sconti alla propria vita cristiana nonostante le tante difficoltà logistiche per frequentare regolarmente le Celebrazioni, ci insegnano veramente tanto.La predicazione era stata affidata al nostro Arcivescovo che ha sottolineato come dobbiamo desiderare e chiedere allo Spirito il dono dell’unità ed essere disponibili a convertire i nostri cuori affinché ciò possa realmente realizzarsi. |
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Scritto da Antonio Gatto
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Sabato 28 Gennaio 2012 11:23 |
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L’obiettivo è la prospettiva di una vita “più unificata, misurata, umana”, mediante, soprattutto, scelte personali di consumo e comportamenti quotidiani ispirati ad una esistenza sobria e gioiosa centrata sull’essenziale, in grado di “trasformare il nostro mondo per renderlo con- forme alle esigenze di pace e di giustizia che sono al centro della nostra fede”. Ma anche attraverso altrettanto impegno per concorrere a “trasformare le strutture stesse delle nostre società e non semplicemente correggerne a posteriori gli effetti disastrosi”. “Il paradigma neo-liberale è la loro tesinon solo non funziona ma non è degno dell’uomo”. E’, pertanto, responsabilità dei cristiani, a loro modo di vedere, proporre un altro modello conforme alle esigenze del Vangelo. Di qui, l’appello a rinunciare con fermezza “alle logiche di crescita ad ogni costo e a quelle di accaparramento e di consumo senza discernimento che caratterizzano lo stile di vita occidentale”. E l’invito a riflettere criticamente su un sistema che ignora sistematicamente valori essenziali del messaggio evangelico come la difesa dei più deboli, la solidarietà, il dono, le relazioni disinteressate. Auspicando che i cristiani divengano una forza “generosa” di cambiamento sociale. Perché essere cristiani implica di vivere “diversamente”. “Va compreso, avvertono, che tutto si tiene e che non c’è che una sola crisi: che è insieme finanziaria, economica, ecologica, politica, morale e spirituale. Crisi di un’umanità che ha perduto il suo orientamento e semplicemente compromette le sue possibilità di sopravvivenza avendo smarrito le ragioni del vivere ». La prima sollecitazione, in tal senso, è per un rinnovamento dei comportamenti quotidiani, memori che gli aspetti spirituali non possono essere scissi da quelli sociali e collettivi: mediante uno stile di vita orientato ad una « ecologia completa e pienamente umana » rispettosa del nostro ambiente sociale e naturale. |
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Editoriale
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Scritto da Redazione
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Sabato 28 Gennaio 2012 11:16 |
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“Nave senza nocchiero in gran tempesta”: già 700 anni fa Dante si servì di una metafora marittima per parlare dell’Italia. Anche oggi una nave può servire da metafora del Paese e delle sue difficoltà. Si tratta naturalmente della «Concordia», abbandonata dal suo capitano, ossia «nocchiero», incagliata, con il pericolo di affondare, in prossimità di un bellissimo tratto di costa italiana. Non si tratta solo di accostamenti superficiali, occorre invece riflettere sulla «Concordia» quale concentrato delle debolezze italiane. Questa riflessione deve partire dalla società proprietaria, la Costa Crociere, quasi una sintesi dei successi e delle debolezze del capitalismo italiano. Fondata sette anni prima dell’unità d’Italia è tra le prime società italiane a sperimentare le opportunità e le durezze del capitalismo globale e le difficoltà italiane ad adeguarsi. Lancia le crociere come nuovo prodotto, si dota di navi modernissime nelle quali si fondono la tecnologia avanzata e la raffinatezza del made in Italy. Diventa così la prima impresa crocieristica del mercato europeo: con il sostegno della multinazionale americana Carnival, vengono costruite ben 10 grandi navi da crociera (tra cui la Concordia), capaci di trasportare 3-5 mila passeggeri l’una e sulle quali lavorano complessivamente oltre 10 mila persone. In questo contesto, l’episodio del Giglio appare molto di più di un incidente; diventa il sintomo sia di un male oscuro del capitalismo italiano che, oltre certe dimensioni, non riesce a mettere assieme idee, strategie e capitali, sia di un più vasto male oscuro: il caso della Concordia e le difficoltà italiane possono infatti essere entrambe ricondotte a una crisi di «governance», ossia del modo di funzionare della nave e, più in generale, del Paese.
L’inchiesta scopre scatole nere non funzionanti, radar fuori uso, forse clandestini a bordo, manovre irregolari su una nave che andava troppo veloce in acque nelle quali non avrebbe dovuto trovarsi, con un ponte di comando pieno di gente che non avrebbe dovuto essere lì. Più in generale mette a nudo una diffusa atmosfera di faciloneria, un costante stiracchiamento delle regole. L’analogia può anche andare oltre. Da una parte, la Concordia ha «in pancia» diverse migliaia di tonnellate di carburante e di altri prodotti tossici che, se si squarciassero i serbatoi o la nave affondasse, procurerebbero un danno gravissimo a fondali e zone costiere che sono tra le più belle del Mediterraneo. Dall’altra, la nave Italia ha «in pancia» circa 1.900 miliardi di debiti. In situazioni di grave turbolenza finanziaria potrebbero «inquinare» la finanza europea e globale, qualora l’Italia non riuscisse a onorare il suo vasto debito pubblico, oggi rifinanziabile a tassi di interesse troppo elevati.
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