Dopo la pandemia disturbi d’ansia, depressione e dipendenze hanno conosciuto un incremento allarmante
In Calabria parlare di sanità territoriale significa affrontare una sfida innanzitutto sociale. Le Case della Comunità non sono semplici edifici: rappresentano un cambio di paradigma che supera l’ospedale come unico presidio di cura e restituisce al territorio la dignità di luogo terapeutico e relazionale.
La salute non è solo atto clinico: è relazione, intreccio di capitale sociale e memorie collettive. La CdC diventa così una piazza della prossimità dove l’assistenza smette di essere gesto tecnico e diventa pratica di cittadinanza.

Fratture storiche e nuove diseguaglianze
La Calabria vive da decenni forti squilibri tra costa e montagna, centri urbani e aree interne. Oltre il 30% della popolazione risiede in comuni sotto i 5.000 abitanti, spesso con viabilità fragile, trasporti intermittenti e connessione digitale discontinua.
Queste condizioni creano una “doppia distanza”: fisica – perché i presìdi sono lontani – e simbolica, perché chi vive nei piccoli centri sviluppa una percezione di esclusione e sfiducia verso le istituzioni. Nel 2022 la spesa per cure fuori regione ha toccato 304,8 milioni di euro: non più libera scelta, ma necessità imposta da carenze strutturali.
Un semplice controllo medico può trasformarsi in un viaggio di ore: per un anziano o una famiglia senza mezzi il diritto al benessere diventa un percorso a ostacoli. Qui le CdC devono nascere come strutture permanenti, non solo per garantire servizi essenziali, ma per ricostruire fiducia e legami sociali.
La presa in carico che coinvolge
Il cuore del modello è l’attenzione proattiva: intercettare i bisogni prima che diventino emergenza. Il Punto Unico di Accesso e l’Unità di Valutazione Multidimensionale non sono sportelli burocratici ma porte civiche, dove la biografia della persona – clinica, economica e relazionale – viene ascoltata nella sua interezza.
Da qui nasce il Piano Assistenziale Individualizzato digitale, un patto di corresponsabilità che unisce istituzioni, operatori e cittadini. Così l’assistenza diventa progetto di vita e il welfare una pratica di co-produzione del benessere.
Salute mentale e minori
Fra le sfide più urgenti spicca il disagio psichico, soprattutto giovanile. Dopo la pandemia disturbi d’ansia, depressione e dipendenze hanno conosciuto un incremento allarmante. Le CdC possono diventare centri di prevenzione e resilienza, ospitando neuropsichiatria infantile, servizi per le dipendenze e centri di salute mentale, attivando programmi di alfabetizzazione emotiva e gruppi di sostegno a famiglie e insegnanti. La telepsichiatria, se ben integrata, può raggiungere le aree più isolate, riducendo stigma e barriere.
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Una sfida politica
Costruire una sanità di prossimità significa riconoscere il territorio come risorsa e non come problema. Perché questa rivoluzione si compia servono presìdi stabili nelle aree interne, investimenti seri e una governance trasparente che metta al centro la partecipazione civica.
Chi aspira a guidare la Regione – dal presidente uscente Roberto Occhiuto ai candidati Pasquale Tridico e Francesco Toscano – non può limitarsi a slogan. Le CdC richiedono visione e capacità di misurare risultati, non annunci ad effetto.
E va detto con chiarezza: gli interessi consolidati di alcune potenti famiglie che lucrano sulla sanità privata, alimentando un “out of pocket” costruito con complicità silenziose, continuano a drenare risorse e indebolire il servizio pubblico. Senza un contrasto netto a queste logiche speculative, ogni piano di riforma rischia di restare lettera morta.
*Sociologo e Progettista sociale













