È finito il tempo di governare le emergenze, è ora di elaborare progetti di integrazione a medio e lungo termine
Oggi si stima che i migranti internazionali siano oltre 250 milioni, cioè il 3,2% della popolazione mondiale. Se a questi sommiamo i migranti interni, pari a circa 800 milioni di persone, risulta che più di un miliardo di esseri umani sta vivendo la sorte migratoria. In qualche misura tutti i Paesi ne sono toccati, come zone di partenza, di transito o di destinazione dei flussi migratori. Questo fenomeno, allora, può giustamente essere immaginato come un “sesto continente”. E non si tratta soltanto di migranti per motivi di lavoro, ma vi sono a monte anche ragioni di persecuzione politica o religiosa, fuga dalla miseria e disastri ambientali.

Sono in aumento i flussi irregolari, se è vero che riguardano almeno il 20% della popolazione migrante totale, spesso alimentando un “mercato parallelo” di tratta e traffico di esseri umani, gestito da organizzazioni criminali. Lo scambio di capitali finanziari, di merci, di servizi, di tecnologia è favorito dai Governi, che però scoraggiano il movimento di persone. Quando, poi, mancano o sono insufficienti le normative multilaterali concordate, vi sono negative ricadute sugli enti locali e regionali, che sono disorientati davanti ad una realtà complessa che tocca donne e uomini, ma anche minori non accompagnati e persone in stato di vulnerabilità.
In questo tempo emergono soprattutto nuove forme di fragilità, per cui è sempre più urgente l’adozione di adeguati programmi per i minori, senza abbassare la guardia su realtà come la prostituzione femminile e maschile; l’incremento di disturbi psichici nel mondo adolescenziale e adulto; il peso sempre più grave degli aborti delle donne straniere sul numero totale degli aborti; l’aumento dell’abbandono scolastico dei bambini immigrati. In effetti, nell’agenda internazionale, è una priorità la battaglia per la tutela dei diritti di tutti, accompagnata dalla responsabile assunzione dei doveri.
È una prospettiva nuova che richiede adeguamenti legislativi e, soprattutto, esige che non siano tollerate situazioni riconosciute di illegalità e di sfruttamento lavorativo, che non permettono la cittadinanza e l’integrazione, alimentano mafie e corruzione. Di fatto, quando i popoli si muovono nulla resta più come prima, sia sul piano politico che socio-economico. L’esodo dei migranti non è il “male”, ma il “sintomo” di un male: quello di un mondo ingiusto, che assiste indifferente a modelli di civiltà che vanno sfaldandosi. Per questo motivo, bisogna incoraggiare l’adozione di politiche sovranazionali concertate, che tengano in debita considerazione la centralità della persona e la dignità di ogni vita umana, in modo che qualsiasi soluzione proposta non sia in contrasto con la natura dell’essere umano e con la sua vocazione a costruire relazioni di solidarietà.
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Inoltre, va incoraggiata la molteplicità delle responsabilità, in cui le istituzioni internazionali, le autorità nazionali e locali, la società civile, le associazioni e i singoli individui si sentano chiamati a lavorare in sinergia per evitare che l’emigrazione diventi l’unica scelta possibile. È finito il tempo di governare le emergenze. È ora di elaborare progetti di integrazione a medio e lungo termine, dal momento che una delle sfide più impegnative del nostro tempo è quella di imparare ad apprezzare la diversità e la vastità delle culture, delle etnie e delle religioni. Il rispetto e il riconoscimento delle diverse identità culturali non devono creare ostacoli, ma proporsi come condizione essenziale per la costruzione di una umanità unita nella pluralità













